Lo studio dell’anima da parte di Aristotele, esplicitato nel trattato De Anima, può essere considerato come il tentativo di continuare ed estendere discorso intrapreso nella Metafisicaper completare soprattutto integrare la dimensione prettamente ontologica con quella gnoseologica inerente alla conoscenza. Poiché tutte le sostanze o individui sono sinoli di materia e forma, nel caso umano, la forma è data dall’anima che, congiunta al corpo, è mortale e ciò significa che muore con esso.

L’anima si differenzia nei diversi esseri viventi secondo le funzioni svolte:

  1. L’anima vegetativa è propria delle piante ed è responsabile della nutrizione e della riproduzione;
  2. L’anima sensitiva è tipica degli animali ed è responsabile delle sensazioni e del movimento corporeo;
  3. L’anima razionale è caratterizzata dal pensiero ed è propria dell’uomo.

A differenza di Platone che aveva parlato di coesistenza di più anime, per Aristotele l’anima è una anche se riveste funzioni diverse: l’uomo ad esempio condivide con il regno vegetale la funzione vegetativa e con il regno animale la funzione sensitiva, ma la razionalità è tipica solo dell’uomo che non a caso Aristotele definisce “animale razionale”.

L’anima è perciò sede di conoscenza che per Aristotele inizia sempre dai sensi perché nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu, ovvero niente c’è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi e il passaggio da senso a intelletto avviene per un duplice passaggio dalla potenza all’atto.

La facoltà sensitiva è per Aristotele “potenza di sentire” e diviene atto solo nel momento in cui la sensazione, che è dunque data dall’unione tra la facoltà sensitiva che è diversa nell’uomo e negli animali, viene rielaborata considerando anche che spesso, perfino da uomo a uomo, la sensazione può essere percepita in modo diverso, pertanto la sensibilità è qualità soggettiva laddove il dato oggettivo è la sensibilità propria degli enti percepiti.

Oltre alle qualità sensibili delle cose che i cinque sensi percepiscono, Aristotele individua dei sensibili comuni come il moto e la grandezza che non sono sensazioni specifiche di uno solo dei sensi, ma ne coinvolgono diversi, da cui la presenza nell’uomo di un senso comune che è in grado di unificare le informazioni sensoriali raccolte da tutti gli organi di senso, aggiunta con la quale Aristotele smentisce le posizioni dei sofisti, per i quali i sensi sarebbero tutti separati tra di loro, cosa che spiega perché anche la conoscenza sensibile è fallace.

Il senso comune di Aristotele, non è un senso vero e proprio, separato dagli altri, ma può essere interpretato piuttosto come la capacità di uno o più sensi di interagire tra loro e la consapevolezza individuale “di sentire”; ora poiché la sensazione è sempre conoscenza del particolare, essa è supportata in un certo qual modo dall’immaginazione che crea immagini generiche delle cose, ad esempio l’immagine generale dell’albero nasce dalla visione di molti alberi particolari.

Tale processo di estrapolazione del “concetto” di albero o universale di albero, Aristotele lo chiama astrazione: mentre l’immagine è comune anche agli animali, che sanno riconoscere un predatore se esso appartiene a una specie della quale hanno visto svariati esemplari, il concetto, invece, viene conosciuto solo dall’uomo, in quanto il concetto è oggetto dell’anima intellettiva.

La conoscenza per Aristotele inizia dai sensi, ma tale conoscenza è incompleta e non scientifica dal momento che permette di conoscere soltanto il particolare, cioè i singoli enti e non gli universali, oggetto della scienza: solo l’intelletto permette pertanto di giungere al concetto universale.

La conoscenza concettuale avviene ugualmente per astrazione: al concetto corrisponde sul piano ontologico, la forma, che è dentro ogni ente, ma che i sensi non possono vedere.

L’intelletto, al contrario, a partire dalla conoscenza di individui appartenenti alla stessa specie, astrae la forma comune a tutti che, sul piano gnoseologico equivale al concetto.

Il concetto, rispetto all’immagine, che coglie gli aspetti comuni, percepibili dall’esterno,penetra l’essenza o forma. Se l’immagine di un uomo è la rappresentazione di un essere bipede e di andatura eretta, il concetto di uomo permette di conoscerlo in quanto essere razionale, giacché la razionalità è l’essenza di uomo.

Così come per la sensazione, anche per l’intelletto vale un duplice processo di potenza e atto secondo il filosofo di Stagira, da cui la presenza di un intelletto passivo e un intelletto attivo.

L’intelletto passivo esprime la potenzialità, la possibilità di poter conoscere i concetti, mentre l’intelletto attivo è la conoscenza effettiva dei concetti.

Gli uomini nel corso di una vita conoscono realmente un numero limitato di concetti, ma potenzialmente potrebbero conoscere di più anche se attualmente la conoscenza umana è limitata rispetto alla divina.

Platone spiegava il rapporto tra conoscibile e conosciuto utilizzando la teoria della reminiscenza: ogni anima che prima di incarnarsi in un corpo ha visto un certo numero di idee durante la sua permanenza nell’iperuranio può ricordarne una parte, mediante stimolazione, ma per Aristotele che non crede nei cieli metafisici delle idee, al contrario, ogni uomo può “in potenza” apprendere tutto il conoscibile, quindi ciò vuol dire che il suo intelletto contiene potenzialmente tutti i concetti.

L’intelletto attivo è dunque l’insieme dei concetti e Aristotele lo definisce immortale senza specificare se tale intelletto sia universale o particolare. Scrive che è immortale e in quanto tale non è soggetto al divenire e non muore con il corpo, affermazione che costituirà non pochi problemi e molteplici interpretazioni nella successiva filosofia araba ma anche cristiana che assocerà l’intelletto attivo aristotelico con l’anima immortale, anche se tale interpretazione è lontana anni luce se non totalmente estranea al pensiero di Aristotele.

 

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