L’opera etica di Aristotele è così suddivisa:

  1. Etica Nicomachea (dieci libri)
  2. Etica Eudemia (sei libri)
  3. Grande etica (due libri)

L’Etica Nicomachea è sicuramente la più nota opera aristotelica da cui traiamo le più importanti nozioni sull’argomento tali da avere una globale comprensione di cosa Aristotele considerasse “etico”.  L’Etica Nicomachea è in realtà una raccolta di lezioni tenute da Aristotele ed è considerato il primo trattato compiuto sull’etica come specifico argomento filosofico. In quanto all’aggettivo “nicomachea”, esso indica in tutta probabilità, una dedica di Aristotele al figlio Nicomaco, ma si esclude che potesse essere stato il figlio stesso a dedicarsi il libro quando divulgò l’opera.

L’Etica Eudemia deve il suo il suo titolo a Eudemo di Rodi, un allievo di Aristotele che potrebbe, tra l’altro, avere avuto una parte nella redazione conclusiva dell’opera, la quale si ritiene sia stata scritta prima dell’Etica Nicomachea, nonostante il giudizio sulla datazione dell’opera sia oggetto di dibattito.

La Grande Etica è il terzo trattato etica che riprende vari argomenti già esplicitati nell’Etica Nicomachea, con la quale in parte converge. Diversi studiosi ritengono che la Grande Eticasia un’opera autentica di Aristotele, per quanto più breve rispetto agli altri due scritti giacché composta di soli due scritti. Altri filologi a cavallo di XIX° e XX° secolo la hanno invece considerata spuria e scritta solo successivamente da un discepolo di Aristotele. Il dibattito è andato avanti a lungo e la conclusione è che l’opera sia da attribuirsi ad Aristotele per ragioni stilistiche, terminologiche e contenutistiche per ciò che concerne la dottrina del bene e della virtù.

Riferendosi globalmente all’Etica nicomachea, possiamo anzitutto dire che a differenza delle scienze teoretiche, le scienze pratiche sono indirizzate e finalizzate alla realizzazione della felicità: l’etica ha in oggetto la felicità individuale, mentre la politica si riferisce alla felicità sociale, tenuta da Aristotele in maggiore considerazione dal momento che il bene dello Stato è garanzia della  felicità di tutti i cittadini.

La felicità come obiettivo individuale e collettivo rimane tuttavia un concetto troppo relativo e generico da cui la specifica di Aristotele che definisce “felicità” dell’uomo, la sua piena realizzazione in accordo alla natura umana che è quella razionale, dunque essere felici, per gli uomini, che sono esseri razionali, sarà essere virtuosi, il che significa agire secondo ragione.

Il massimo grado di tale razionalità si realizza nelle attività teoretiche, strettamente legate alle attività del pensiero, alla vita contemplativa. dedicata allo studio e alla ricerca, definita vita teoretica o in greco bíos (vita) theoretikós (teoretica).

Secondo Aristotele, infatti, esistono due tipi di felicità distinti ai quali corrispondono due diversi tipologie di virtù:

  1. Le virtù etiche, legate al costume che in greco si dice éthos è da tutti raggiungibili mediante il controllo delle passioni attraverso l’uso della ragione;
  2. Le virtù dianoetiche, associate alla ragione e al pensiero e dunque ritenute di livello superiore; naturalmente, nel caso delle virtù dianoetiche non tutti gli uomini sono in grado di raggiungere tale ideale.

Le virtù etiche sono:

  • Coraggio: giusto mezzo fra viltà e temerarietà;
  • Temperanza: giusto mezzo tra intemperanza e insensibilità;
  • Generosità: giusto mezzo fra avarizia e prodigalità;
  • Magnificenza: giusto mezzo fra volgarità e grettezza d’animo;
  • Magnanimità: giusto mezzo tra la vanità e l’umiltà;
  • Mitezza: giusto mezzo tra l’iracondia e l’eccessiva flemma;
  • Amabilità: giusto mezzo tra misantropia e compiacenza;
  • Sincerità: giusto mezzo tra l’ironia e la vanità;
  • Arguzia: giusto mezzo tra la buffoneria e la rusticità;
  • Giustizia: la virtù principale, a cui sarà dedicato l’intero libro V.

Alle virtù etiche Aristotele dedica il II, III e IV libro dell’Etica nicomachea differenziandosi da Platone da un lato per l’importanza che riveste l’immanenza rispetto alla trascendenza delle idee, e dall’altro, per la strettissima relazione tra anima e corpo, laddove per Platone anima e corpo contrastavano, al punto tale che solo la morte poteva liberare l’anima dalla prigionia del corpo.

Platone, infatti, condannava le passioni, considerate negative sotto ogni punto di vista perché irrazionali, da cui la lotta dell’anima per liberarsene, mentre Aristotele non vede le passioni “negative” di per sé, ma le vede tali, solo se la ragione non è in grado di controllarle.

Il controllo sulle passioni che la ragione può esercitare, avviene per Aristotele con l’esercizio della medietà, cioè ricercare sempre il giusto mezzo tra due eccessi opposti, perché la virtù è anche e soprattutto giusto mezzo. Un soldato in battaglia, un grande condottiero, deve essere coraggioso per essere virtuoso, ma ciò non significa essere temerario, il che vuol dire agire come Alessandro che si buttava nella mischia e infatti era sempre pieno di ferite e più volte aveva perfino rischiato la vita stessa, tuttavia non deve neanche essere un vigliacco che abbandona per primo il campo di battaglia o vi scende per ultimo.

Il giusto mezzo è a metà tra temerarietà e vigliaccheria. Lo stesso si può dire per la liberalità che significa pensare anche agli altri che hanno bisogno ma non per questo privarsi di tutti i beni per darli al prossimo fino a rimanere straccione. La liberalità si colloca anch’essa nel mezzo tra tirchieria o avarizia estrema e l’eccessiva prodigalità. Idem la mansuetudine che è la virtù di ottenere le cose e relazionarsi agli altri, pretendendo rispetto senza essere indolenti e farsi fare di tutto dal prossimo, in accezione di ingiustizie e abusi. Mansuetudine è esercitare il giusto mezzo tra la passività più estrema e l’irascibilità per cui arrivo magari alle mani per ottenere ciò che voglio.

 

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