Platone, figura filosofica di straordinaria grandezza a chiusura dell’età classica è stato in grado, in sintesi, di operare una magistrale sintesi della filosofia da Talete fino a ai suoi giorni; con Aristotele ci troviamo di fronte ad un altro “genio universale” (A. Gargano, Filosofia antica, Editoriale scientifica, Napoli, 2015, pag. 131) destinato a dominare l’intera scena culturale fino al 1500 nell’ambito di svariate discipline e per ciò che riguarda scienze come la biologia e la logica fino al 1700.

Se Platone e il filosofo del dover essere, il filosofo delle idee, Aristotele si presenta come filosofo dell’essere: tutti gli enti materiali esistenti suscitano interesse e non rimandano affatto ad un mondo superiore o a qualche cielo metafisico sulla falsariga dell’iperuranio platonica, ma hanno valore in sé e per questo sono oggetto di scienza. Aristotele convinto delle sue posizioni sviluppò così una fisica, una biologia una zoologia è una meteorologia che fino al 1500 indurranno gli scienziati a pronunciare la nota formula ipse dixit cioè “lo ha detto lui”, “lo ha detto Aristotele” e dunque senza ricorrere all’ esperienza o quanto meno alla verifica delle teorie aristoteliche. Al contrario, ciò che sostiene Aristotele è vero, è dato per scontato che sia vero e questa adesione totale alle posizioni aristoteliche in quanto proferite da fonte autorevole sarà l’atteggiamento tipico di tutto il medioevo.

Aristotele affronta, infatti, tutti i problemi e tutti i possibili aspetti della realtà naturale, palesando un raffinatissimo atteggiamento speculativo in ogni sua considerazione, anche quando parla di fisica, di moti lunari e sublunari, di generazione, corruzione o movimenti in generale, Aristotele si spinge straordinariamente sempre oltre il fatto puramente empirico, prediligendo lo slancio concettuale e logico.

Lo si può considerare un genio universale per il fatto di aver contribuito enormemente alla sistematizzazione e allo sviluppo di tutte le conoscenze empiriche, aspetto confermato anche dall’arte; se consideriamo il famoso dipinto di Raffaello conservato al Vaticano, “La scuola di Atene”, il quadro non fa che raffigurare in maniera perfetta la relazione tra Platone e Aristotele come specchio dei due rispettivi sistemi filosofici.

Platone è raffigurato vicino ad Aristotele ma mentre Platone indica il cielo, anzi punta l’indica oltre il cielo,  all’iperuranio, il mondo delle idee e del dover essere, Aristotele al contrario apre il palmo della mano verso il basso, gesto che allude all’empirico, al materiale, alla presenza delle cose nelle cose stesse.

Raffaello offre una rappresentazione alla fine veritiera di Platone come filosofo dell’iperuranio e della trascendenza, per il quale l’essenza delle cose è fuori dall’empiria, in un mondo di perfezione assoluta, laddove per Aristotele vale l’immanenza, ossia la forma, l’idea o eidos in quanto essenza delle cose, ciò per cui le cose sono quello che sono, quella forma, insomma, per il grande filosofo di Stagira, sta dentro le entità materiali stesse.

La raffigurazione di Raffaello è pertanto considerata valida ma il rapporto tra Platone e Aristotele forse è un po’ più complesso. Aristotele entrò nell’Accademia platonica a 17 anni e vi rimase come discepolo di Platone per circa venti anni, dato storico che ci fa pensare che rapporto tra i due fosse strettissimo. A un certo punto però, Aristotele, come Platone a suo tempo con Socrate, ha sentito la necessità di muoversi con le sue gambe e così si è separato da Platone.

Diogene Laerzio nella Vita di Aristotele racconta un fatto che al di là di essere un chiaro prodotto della sua fantasia, rende comunque bene l’idea della forte personalità di Aristotele. Diogene Laerzio avrebbe infatti detto, scherzando, che Aristotele era simile ad un puledro di razza che scalciava da tutte le parti colpendo chiunque stava dietro, fosse anche la propria madre. Secondo Diogene Laerzio, dunque, ci sarebbe stato un rapporto di antagonismo tra i due filosofi; posto anche che ci fosse, storicamente niente ci fa credere che Aristotele abbia mai mancato di rispetto a Platone e comunque Aristotele, presentandosi l’occasione di un incarico importante in Macedonia, non esitò ad accettare e dopo la morte di Platone, lasciò l’Accademia nelle mani di Speusippo, allontanandosi da Atene e dall’Accademia stessa.

 

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