Se per Platone la politica era lo scopo più importante della filosofia quasi la sublimazione dell’attività del filosofo, per Aristotele, al contrario, la politica è solo una delle tante scienze particolari. Mentre Platone sosteneva che fosse compito dei filosofi guidare Stato e nella Repubblica delineava tutto il percorso formativo del futuro governante-filosofo, educazione che poi terminava con lo studio della filosofia, per Aristotele i filosofi devono dedicarsi alla conoscenza e lasciare la politica a individui specializzati, inserendo quest’ultima tra le discipline pratiche, relative al comportamento, e dunque distinte dalle scienze teoretiche.

La differenza sostanziale nell’approccio alla dimensione propriamente politica dei due filosofi è comunque rappresentata dal metodo con cui Aristotele e Platone trattano le specifiche problematiche dello Stato. Platone nella Repubblica descrive uno stato ideale che tutti gli uomini dovrebbero avere ben presente per risolvere la crisi politica che ha poi portato, nel caso di Platone, alla morte di Socrate. Aristotele, invece, applica il metodo induttivo alla politica, ossia egli raccoglie e analizza sistematicamente tutte le costituzioni delle poleisgreche e degli altri Stati, partendo dagli esiti storici per poi ricavare una sua tesi sullo Stato. 

Aristotele, sulla base del materiale analizzato, redige una classificazione delle diverse forme di Stato, per concludere che non esiste una costituzione perfetta per ogni popolo, ma al contrario, la costituzione, per essere funzionale, deve adattarsi ai popoli, alle diverse epoche storiche e relativi cambiamenti.

Lo Stato per Aristotele non c’è dubbio che debba garantire la felicità materiale e morale dei cittadini, trovandosi perciò in accordo con Platone che riconosceva uno stretto legame tra etica e politica, e non solo, è anche comune la subordinazione dell’individuo al bene dello Stato e il compito formativo dello Stato verso i cittadini.

Significativa è la definizione di uomo come animale razionale in ambito teoretico e quello di uomo come animale sociale in ambito pratico, in ambito statale, scrivendo Aristotele

“Chi non può entrare a far parte di una comunità, chi non ha bisogno di nulla, bastando a sé stesso, non è parte di una città, ma è una belva o un dio” (Politica I, 2, 1253a, p. 67).

La prima istituzione sociale che Aristotele riconosce è la famiglia che comprende i coniugi, i figli e gli schiavi, persone che considera figure normalmente presenti in una casa, presenze normali per quei tempi e quelle categorie culturali che ammettono l’inferiorità della donna rispetto all’uomo, a cui spetta il compito di gestire la casa.

Nella politica, infatti, a scanso di equivoco, troviamo la ben nota associazione “cittadino=uomo libero” da cui l’esclusione di schiavi e stranieri dalla cittadinanza, cosa inaccettabile almeno teoricamente nelle democrazie attuali, teoricamente perché poi all’atto pratico, abbiamo straniero e straniero e soprattutto abbiamo i nuovi schiavi, se pensiamo a chi lavora alla raccolta agricola o i riders o altre categorie di lavoratori disagiati e dimenticati. Insomma alla luce dei moderni diritti civili, Aristotele opera pesanti discriminazioni, ma calato nel suo tempo e nelle logiche antiche che poi del resto ritroviamo nel mondo romano, la posizione di Aristotele è condivisibile dai suoi contemporanei, semplicemente perché non ci si faceva caso.

Il cittadino per i Greci è legato alla polis perché intrinsecamente connaturato a usare la ragione per contribuire alla vita politica e nei momenti privati, ha il tempo di dedicarsi, sempre perché dotato di ragione, agli studi, concetto di scholé o tempo libero che corrisponde al latino otium. Dunque, anche per l’uomo greco, il cittadino modello, si pone a metà tra otium e negotium cioè tempo libero e dovere civico.

Lo schiavo e lo straniero non sono strutturati per un discorso di questo tipo. Lo schiavo vive in definitiva come un animale. Fatica tutto il giorno, mangia e dorme solo per recuperare le forze e ricominciare tutto daccapo il giorno successivo. Riguardo gli stranieri è altresì ben nota l’inferiorità dei Persiani agli occhi dei Greci. I Persiani hanno un re e sono sudditi, laddove i Greci hanno la polis e sono cittadini. Chi non ha la polis è dunque considerato inferiore, un pò come la civitas per il mondo romano, perché chi risponde ad un monarca è soggetto passivo, giacché come lo schiavo china la testa al padrone, il persiano china la testa al proprio re.

 

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