La maggior parte delle notizie sui primi pensatori greci ci è pervenuta attraverso uno scrittore del III secolo d.C, Diogene Laerzio e per la precisione dal suo libro Vite dei filosofi, opera quest’ultima in cui compare sotto forma di aneddoto un’interessante notizia circa il primo filosofo della tradizione greca, Talete, che ci consente di comprendere, nel risvolto ironico della situazione descritta, come il senso comune veda effettivamente nella filosofia. Nel racconto di Diogene Laerzio, Talete, immerso nei suoi pensieri e con la testa rivolta al cielo nell’atto di scrutare gli astri, improvvisamente cade in un pozzo suscitando le risate di una vecchia che lo sbeffeggia trovando davvero incredibile il fatto che Talete pretenda di conoscere le cose celesti quando non è neanche in grado di schivare gli ostacoli che si frappongono nel suo cammino.

Attraverso la figura della vecchia è possibile comprendere che cosa effettivamente l’uomo comune e dunque il senso comune pensino della filosofia; emerge la percezione della filosofia come attività totalmente inutile così come la figura del filosofo è una figura inconsistente che sembrerebbe vivere nelle sue astrazioni, completamente distaccato dal mondo reale e concreto, stessa immagine che non a caso ritornerà poi nella commedia di Aristofane, le Nuvole, in cui Socrate verrà ridotto a oggetto di beffa, sospendendo l’attore che interpretava Socrate, in una cesta te tra le nuvole, alludendo al suo pensatoio.

Per comprendere che cos’è la filosofia ed evitare di sposare le sterili posizioni del senso comune è importante innanzitutto capire in che che cosa la filosofia si distingue dall’opinione, considerando che uno dei compiti fondamentali della filosofia è sicuramente quello di cogliere l’essenza delle cose, cioè la loro ragione d’essere, ciò che rende le cose quello che sono, distinguendo una cosa dall’altra. Fin dalle origini, la filosofia come rivela l’aneddoto di Talete, è sempre stata intesa come un’attività di pensiero ben distinta dal senso comune.

Quest’ultimo è il dominio dell’opinione che si ferma alla superficie della realtà, accontentandosi al come la realtà appare ai nostri sensi e arrestandosi pertanto al fenomeno, del verbo greco fainomai che significa appunto “apparire” mentre invece la filosofia va ben oltre l’apparenza delle cose perché le trascende e va al di là della loro superficie, andando alla ricerca di ciò che “sta sotto”.

Non a caso la parola sostanza deriva dal latino substantia (calco dal greco ousia) che significa letteralmente “ciò che sta sotto” e dunque ciò che è a fondamento delle cose; la filosofia è perciò diversa dal senso comune ed è nemica del senso comune. Filosofare, infatti, non significa semplicemente pensare in quanto attitudine generica dell’uomo, ma il “pensare filosofico” come ricorda Hegel, il maggiore pensatore dell’età postclassica, è un po’ come nuotare nel senso che non è possibile imparare a nuotare se non ci si tuffa direttamente in acqua.

La stessa cosa avviene con la filosofia; non possiamo comprendere che cos’è la filosofia se non la esercitiamo come pratica. Dunque non si può dare a priori una definizione di filosofia perché la sua definizione è il risultato dell’intera indagine filosofica stessa.

La filosofia come ricerca dell’essenza delle cose è strettamente associata all’alba dell’umanità, cioè al momento in cui l’uomo diventa consapevole del mondo e di se stesso e tale momento accade in Grecia.

Le altre civiltà, il mondo orientale genericamente, erano sempre vissute nel torpore del mito e soprattutto si consideravano sottomesse alla natura, sentita in funzione di forza imperscrutabile, misteriosa, minacciosa e mossa da forze occulte che l’uomo non poteva comprendere, da cui la posizione subordinata dell’uomo in balia della natura stessa.

Tale visione del mondo e difatti ben riflessa nell’arte orientale che ama dimensioni gigantesche, sublimi raffigurazioni di animali e di divinità potenti. L’arte greca invece è specchio di un’altra mentalità ed è incentrata sull’armonia della figura umana, su una perfetta plasticità, sul senso delle proporzioni, aspetto che rende conto della centralità e della potenza dell’uomo nella mentalità e nelle categorie culturali del mondo greco che non a caso raffigura gli dei antropomorfi, ovvero divinità con fattezze e proporzioni umane.

L’emblema della mentalità orientale, la Sfinge, è del resto mezzo uomo e mezzo animale, insomma, un ibrido e secondo la leggenda è proprio un greco di nome Edipo che risolve l’enigma della Sfinge e la fa precipitare nell’abisso. Edipo è l’uomo greco del logos che sconfigge il mito con la forza della razionalità e così l’uomo si accinge alla comprensione della realtà e della sua posizione in essa.

La filosofia come indagine razionale si associa tuttavia anche alle scienze che sono figlie entrambe della civiltà greca e scaturiscono dalla ragione ossia dalle facoltà conoscitive superiori dell’uomo, ma per quanto la forma sia comune, il contenuto è diverso, perché se la filosofia tende a studiare la realtà nella sua universalità, nella sua totalità, a differenza sua, le scienze si occupano di settori specifici della realtà, ovvero di aspetti specifici di essa, ad esempio i fenomeni fisici, gli organismi biologici, i numeri.

Le scienze nascono in Grecia da un fondamento comune e non è un caso che i primi pensatori siano stati anche astronomi, matematici, biologi e geografi, ma poi, progressivamente, le scienze particolari si sono staccate dalla filosofia: prima si è staccata la matematica, dopo la fisica, ancora dopo la chimica e infine la biologia.

Secondo la definizione di Hegel, la filosofia è la scienza universale dei principi delle singole scienze e ben lontana dall’ opporsi alla scienza e alle scienze singole; la filosofia, anzi, al contrario, vuole dare loro dei fondamenti logici, metodologici e concettuali rigorosi.

Le scienze partono sempre da presupposti che danno per scontati e che dovrebbero invece essere passati al vaglio critico della ragione come fa la filosofia. E’ in sede filosofica che si discutono le categorie di cui la scienza si serve, come ad esempio, la categoria di causalità e i metodi che la scienza usa ad esempio il deduttivo (dall’universale al particolare) o l’induttivo (dal particolare all’universale). Anche la scienza più rigorosa come la matematica parte sempre da presupposti che vengono chiamati assiomi che la matematica non può provare e quindi un limite delle scienze particolari è che in esse si parte da principi non dimostrati, mentre la filosofia si pone come scienza dei principi delle singole scienze.

Un’ulteriore differenza tra la scienza e la filosofia è rilevabile nel distacco tra lo scienziato e il suo oggetto cioè obiectum, in accezione di ciò che gli sta di fronte e nel coinvolgimento che al contrario è caratterista dell’atteggiamento del filosofo stesso nei confronti dell’oggetto di indagine.

Non si tratta di un coinvolgimento di tipo emotivo naturalmente, per quanto, certo, uno scienziato possa prendere a cuore i risultati della propria ricerca ma è un coinvolgimento sempre di tipo conoscitivo perché ciò che lo scienziato indaga “è altro da sé”, sia un corpo celeste, sia una pianta, sia una figura geometrica; anche il biologo e lo psicologo che si occupano dell’uomo, trattano comunque un uomo oggettivato, un uomo altro da loro stessi mentre invece nella ricerca filosofica non c’è tale distinzione netta fra soggetto e oggetto che si trovano sempre sul medesimo piano e non potrebbe essere diverso da così, considerando l’aspirazione della filosofia alla totalità.

Questa aspirazione alla totalità è implicito nel termine stesso filosofia che è composto da phileo che significa “amo” in greco e sophia che vuol dire “saggezza” e dunque etimologicamente l’amore della sapienza.

Abbiamo così la sapienza, l’oggetto verso cui si tende, e l’amore e tensione del soggetto verso l’oggetto d’amore. Le implicazioni che ne scaturiscono sono state analizzate in dettaglio da Platone nel Simposio uno dei dialoghi più famosi del filosofo greco in cui la filosofia è chiaramente connessa con l’amore, perché Amore, secondo il mito greco, Eros, è figlio di Penia che significa “povertà” e Poros che significa guadagno, ricchezza, abbondanza.

L’atteggiamento filosofico, cioè l’amore per la sapienza, scaturisce proprio da questa ambivalenza di averla e non averla contemporaneamente questa sapienza, perché se si fosse ricchi di sapienza, non la si cercherebbe e quindi si sarebbe sapienti, saggi, ma non filosofi, dal momento che la filosofia implica una ricerca di quello che non si possiede e di cui si sente il desiderio.

Attivare una ricerca filosofica, tuttavia vuol dire non partire da una condizione di ignoranza totale altrimenti non si capirebbe nulla, ma vuol dire disporre di un minimo bagaglio conoscitivo chi durante questo percorso di ricerca, cresce e si raffina, portando l’uomo a voler conoscere maggiormente, ponendosi altre domande. Dunque l’uomo parte da minime conoscenze che fanno di lui non una sorta di animale brutto nella totale ignoranza giacché se fosse così non vorrebbe neanche conoscere, ma la condizione del filosofo è sempre una condizione a metà strada fra l’ignoranza e la sapienza che l’uomo, come con Socrate, un essere in cammino che dalla sua condizione di semi conoscenza o di ignoranza transita nella condizione di conoscenza. L’uomo non potrà mai essere Dio onnisciente e questo è ovvio ma non è neanche un bruto assolutamente inconsapevole del mondo, ma l’uomo filosofo è un essere in cammino, un essere non perfetto ma perfettibile.

La filosofia, però, rimane sempre amore del sapere e in quanto amore del sapere si avvicina al suo oggetto, la Verità, ma non può coglierla mai perfettamente perché se la cogliesse totalmente, il soggetto ricercatore si annullerebbe nell’oggetto mentre invece il soggetto che ricerca, il filosofo rimane tale.

Il soggetto, nella sua ricerca, dunque non si avvicina totalmente all’oggetto, dato che resta una distanza, per quanto minima, che è necessaria per fare filosofia. Se così non fosse l’oggetto del desiderio, nel momento in cui venisse raggiunto, perderebbe di interesse; cioè se la verità fosse colta una volta per tutte, non ci sarebbe più desiderio di fare ricerca, ecco perché Socrate diceva che la ricerca fosse aporetica ovvero non finisse mai, da cui lo sforzo continuo di appropriarsi della verità senza mai raggiungerla totalmente. Incisivo è il paragone che ci lascia il filosofo neoplatonico di età umanistica Niccolò Cusano che assimila la conoscenza perfetta della verità a una circonferenza in cui è iscritto un poligono che rappresenta la conoscenza umana e il relativo sforzo filosofico di raggiungere la verità.

Se io moltiplico i lati del poligono, pur lambendo esso la circonferenza in vari punti di intersezione, il poligono non potrà mai diventare una circonferenza, non potrà mai trasformare il suo perimetro frastagliato in un perimetro perfettamente circolare e allo stesso modo,  sebbene la ricerca filosofica non raggiunga punti conclusivi alla fine, tuttavia resta il fatto che amplia gli orizzonti umani e quindi la consapevolezza che l’uomo ha di sè e del mondo. La filosofia è dunque ricerca inesauribile delle strutture profonde della realtà e del posto che la nostra esistenza umana occupa in questa realtà con relativi compiti che l’uomo-soggetto è chiamato ad assolvere.

Questa compresenza di soggetto e oggetto nella ricerca filosofica non deve però far pensare, così come fa l’ opinione comune, che la ricerca filosofica sia qualcosa di soggettivo, nel senso di arbitrario, individuale; si tende spesso e volentieri oggi a confondere la filosofia con la Weltanschauung, parola tedesca composta da Welt che significa mondo e Anschauung che significa visione, opinione.

La filosofia si distingue dall’opinione ed è nemica di quest’ultima e in quanto tensione verso l’oggetto, è ben diversa dalla visione del mondo “soggettiva” che ognuno si fabbrica per sé. In un suo corso di lezioni del 1962 all’Università di Francoforte, il filosofo tedesco Theodor Adorno affermò che il compito cultura filosofica consiste nel liberarci, attraverso il lavoro filosofico, da questa idea che uno possa scegliere la sua visione del mondo e scambiare questa visione del mondo per filosofia. Ritornando ad Hegel, al contrario, la filosofia è scienza oggettiva della verità ovvero di una verità che esiste in quanto tale, indipendentemente dal soggetto conoscente, e si pone  dunque come conoscenza concettuale e non lista di opinioni.

 

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