Platone e Aristotele ritengono che Eraclito sia da iscriversi idealmente tra i filosofi cosiddetti “ionici” e collocato di conseguenza insieme a Talete, Anassimene e Anassimandro in quanto pensatore naturalista a sua volta. Il problema dell’arché è da Eraclito ripreso e ampliato mediante l’introduzione di un nuovo elemento: il fuoco. Ragionando come i Milesi, Eraclito aveva notato l’alternanza delle stagioni, del giorno e della notte, dei giorni, insomma, era cosciente che niente rimane identico a se stesso, affermando che ogni cosa si trasforma in fuoco che funziona allora come denominatore comune di tutte le cose. 

Il fuoco è altresì legato al movimento e al divenire; è infatti presente nel dinamismo della fiamma, una somiglianza che resta tale in ogni tipo di combustione particolare.  Il fuoco è perciò movimento e divenire. Tutto brucia in natura e tutto diviene ciclicamente e assolutamente nulla rimane fermo e identico a se stesso.

La compresenza di essere e divenire in Eraclito

Eraclito veniva soprannominato Scoteinós, aggettivo che in greco significa oscuro; così lo chiamavano i concittadini a causa dei suoi versi di difficile interpretazione e comprensione. Sul perché Eraclito abbia scelto di non farsi capire il discorso sarebbe lungo e complesso anche perché variamente dibattuto. Contemporanei e posteri hanno descritto Eraclito come un solitario, un individuo scorbutico, aristocratico, nemico del popolo e della democrazia. 

Diogene Laerzio, ad esempio, ha sostenuto che Eraclito avesse appositamente scritto in modo criptico per non farsi capire. Probabilmente i frammenti di interpretazione più ostica sono quelli in cui il pensatore efesino ci dice che la realtà è a tutti gli effetti non solo divenire ma anche essere. Le cose si trasformano, ma permangono contemporaneamente e lo stesso linguaggio finisce con il divenire ambiguo poiché deve dare conto di questa doppiezza della realtà. È vero che percepiamo la realtà in continuo movimento ma nello stesso tempo s’intuisce che dietro al mutamento c’è sempre qualcosa di stabile.

Noto è il frammento di Eraclito per cui

«Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento si disperde e si raccoglie, viene e va.» [ 91 Diels-Kranz ]

Eraclito in questi versi ci sta suggerendo che se una persona si immerge due volte nello stesso fiume, nel momento della seconda immersione, il fiume è cambiato, è diventato altro da sé, ovvero altra acqua è stata portata dalla fonte e magari si saranno mossi altri detriti sullo sfondo, però noi lo chiamiamo sempre “fiume”.

Che significa l’osservazione del pensatore di Efeso? Indubbiamente vuole dire che sotto il fluire ci deve essere qualcosa che permane: un individuo umano si trasforma così tanto nel corso della vita che da bambini ad adulti stentiamo a riconoscerci ma qualcosa che permane oltre il mutamento deve esistere. Spesso e forse un po’ erroneamente Eraclito è stato definito il filosofo del divenire opposto a Parmenide, filosofo dell’Essere, quando Eraclito è anche e soprattutto il filosofo della compresenza di opposti complementari e perfino il poeta argentino Jorge Luis Borges gli ha dedicato dei versi che colgono perfettamente l’importanza della dottrina dei contrari in Eraclito, laddove i discepoli di Eraclito hanno sovente estremizzato la questione del cambiamento se si pensa a Cratilo per il quale non era possibile immergersi neanche una volta nello stesso fiume per la velocità con cui esso cambia.

Non è un caso che perfino Platone nell’omonimo dialogo “Cratilo” avesse rappresentato Cratilo nell’atto di indicare le cose, totalmente incapace di nominarle. Se tutto cambia così velocemente come sarà mai possibile anche solo mantenere i nomi delle cose, utilizzare le definizioni per nominarle. Se tutto scorre a velocità così elevate, le cose non possono essere fermate neanche con la parola. Per questo secondo Eraclito, un fondo permanente deve essere conservato e bisogna pertanto relazionare il divenire all’essere.

 

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