La diffusione della filosofia a Roma abbraccia un preciso arco temporale compreso tra il II e il I secolo a.C. Dopo la vittoria dei Romani a Pidna, nel 168 a.C, nell’Urbe si assiste a un gigantesco fenomeno di ellenizzazione della cultura romana anche se a Roma, effettivamente, una certa convivenza con l’elemento greco c’era anche prima di Pidna del resto. Basta pensare all’Italia Meridionale che prima della conquista romana era di quel territorio, esso, culturalmente parlando, era un mondo greco.

Cicerone stesso descrive come in età tardo repubblicana, a Neapolis, le persone vestivano ancora alla greca e non solo, i romani sono sempre stati profondamente consapevoli della superiorità della cultura greca,  se solo si considera il fatto che i grammatici latini medesimi scrivevano manuali di lingua latina non ex novo ma sulla base dei manuali di lingua greca, al punto tale da utilizzare i pronomi dimostrativi latini come articoli. Questo e molti altri aspetti della convivenza tra elemento romano e greco ci consentono di comprendere come il rapporto tra Roma e i Grecia fosse tuttavia ambivalente.

Accanto ai filoellenici nei quali includiamo gli appartenenti al Circolo degli Scipioni, vi erano anche i detrattori del mondo greco come, Catone il Vecchio che chiamava i Greci, graeculi, ovvero “grecetti” ma l’atteggiamento di Catone non era comunque di totale chiusura nei confronti di tutto ciò che era greco, ma nello specifico Catone attaccava della cultura greca, solo quelle componenti che che alla lunga potevano rammollire lo spirito di un popolo “pragmatico” come quello dei Romani, grandi guerrieri ma anche rinomati giuristi ed esportatori di diritto.

Quale poteva essere secondo Catone, l’elemento greco in grado di infliggere un duro colpo al mondo romano? La filosofia intesa come attività teoretica e dunque astratta per eccellenza. Il filosofo, il teoreta, per Catone è un perdigiorno e cosa dovrebbe mai insegnare ai Romani, creatori ed esportatori del diritto, che rispetto alla filosofia detiene indubbie finalità pratiche che nessuno può negare? Le leggi vengono scritte dai giuristi e non dai filosofi le cui speculazioni fanno dei filosofi stessi dei personaggi totalmente scissi dal mondo reale; eppure dopo Pidna la filosofia greca penetrò nell’Urbe. Carneade, esponente dell’ultimo scetticismo, chiamato a Roma in rappresentanza del suo paese che aveva inviato una delegazione nell’Urbe, con la scusa della missione diplomatica, nelle piazze romane, cominciò a dare sfoggio della raffinata arte della diatriba greca o diatrìba dal greco, condita di tutti quegli elementi sofistici che consentono di prendere una tesi, dimostrarla come vera e poi opporgli una tesi contraria per dimostrare che può essere falsificata.

Carneade non a caso prese come esempio la giustizia e inizialmente cercò di definirla in termini “universali”, adducendo esempi specifici e traendone conclusioni oggettive ma poi, subito dopo, ribaltò quanto detto, abbracciando la posizione di Trasimaco per cui la giustizia è l’utile del più forte. Naturalmente ogni riferimento all’imperialismo romano non era puramente casuale e tale critica verrà poi ampiamente difesa nel De Repubblica di Cicerone, ma nel mentre, Catone, che non aveva più di tanto gradito tale sfoggio di eloquenza da parte di Carneade, invitò cortesemente il filosofo greco a concludere le sue faccende diplomatiche e fare ritorno in Grecia al più presto possibile.

Il primo romano a interessarsi di filosofia fu Cicerone. E’ cosa nota che tanto Cicerone quanto Pompeo avessero frequentato le lezioni di Posidonio a Rodi e sappiamo anche che lo stesso Cicerone, in gioventù, si formò, sempre in Grecia, nella scuola eclettica di Antioco di Ascalona, cosa  che lo porterà, in anni più maturi, a tentare un’intelligente sintesi delle più importanti scuole di pensiero greco, per quanto avesse molto simpatizzato per lo stoicismo moderato di Panezio, con la finalità di dare vita ad una sintesi filosofica che potesse superare la  mera componente “teoretica” della filosofia e potesse perciò tradursi agevolmente e trovare corrispondenza adeguata nelle categorie mentali e culturali dell’uomo pratico romano. Cicerone voleva insomma costituire un “sapere” che fosse di per sé una vera e propria etica di comportamento politico  per la classe dirigente.

Di Cicerone ricordiamo, in ambito della filosofia morale, il De finibus, le Tuscolanae e la sua opera principale, il De Officis, considerata il testamento spirituale dello stesso Cicerone. Agli scritti morali aggiungiamo anche un’opera particolare in cui Cicerone si interroga sulla natura degli dei, nota appunto come De natura deorum.

Nella formazione dell’ottimo uomo di stato, ritorna naturalmente l’importanza di saper preparare dei discorsi funzionali agli obiettivi posti in partenza e dunque ciò rimanda all’ideale ciceroniano del vir bonus dicendi peritus ovvero l’uomo onesto, esperto nell’arte della retorica.

Marginalmente anche l’Epicureismo entra nel mondo romano, anche se Cicerone non lo aveva minimamente considerato dato che tale filosofia invitava a non prendere parte attiva alla vita politica. Lucrezio, invece, che aveva probabilmente conosciuto il pensiero epicureo da Filodemo di Gàdara compose il De rerum natura proprio con il fine specifico di far conoscere ai Romani l’Epicureismo e non averne alcun timore.

Il De rerum natura è un’opera suddivisa in tre sezioni. La prima sezione si ricollega alla fisica stoica, la seconda pone al centro l’uomo e la conoscenza e la terza apre alla cosmologia e allo studio dei fenomeni naturali. Il testo è scritto in esametri e per quanto sia da parte di Lucrezio un tentativo di far conoscere Epicuro ai Romani, l’ottimismo di Epicuro, in alcuni passi dell’opera di Lucrezio viene meno, tanto che si è parlato di pessimismo lucreziano e di una possibile depressione dell’autore, voce ingigantita a dismisura in età cristiana dove addirittura Girolamo parlò di pazzia dell’autore tanto da spingerlo al suicidio, pazzia della quale, a parte Girolamo, altre fonti non ne fanno menzione.

E’ normale che un autore come Lucrezio non poteva essere amato in età cristiana, dal momento che era fin troppo facile scambiare una posizione agnostica, come del resto tale era quella di Epicuro riguardo Dio, per una posizione di totale ateismo.

Di differente portata fu invece l’influenza dello Stoicismo a Roma che divenne poi la filosofia per eccellenza dei primi due secoli dell’impero, scalzata poi, come accadde per altri culti e filosofie orientali, dal cristianesimo

 

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