Parmenide è considerato il fondatore di una filosofia incentrata sull’oggettività, un pensiero dell’oggettività, messo poi in crisi dalla sofistica e successivamente ripristinato dalla raffinata sintesi di giganti del pensiero greco come Socrate e Platone che hanno posto il lavoro di Parmenide su un piano più elevato.  I Sofisti avevano creato fertile terreno per istanze soggettivistiche e per il relativismo, svista opportunamente corretto da Socrate e Platone che prontamente ripristinano l’oggettività e la superiorità del Iógos, approfondendo e sistematizzando alcune posizioni di Parmenide considerate ancora embrionali in termini di oggettività.

Parmenide, Eleati e rapporti con il Pitagorismo

Con Parmenide entriamo comunque in una fase del pensiero greco totalmente astratto giacché il venerando e terribile pensatore di Elea, così come Platone ironicamente lo definitiva, non identificava l’arché in nessun elemento materiale. Con Anassimandro e Pitagora un salto verso l’astratto era già tangibile nonostante il numero di Pitagora fosse ancora troppo legato a osservazioni empiriche sulle cose. Con Parmenide si compie un salto nel puro pensiero, per quanto il contatto con la realtà sensibile non sia completamente perduto. La scuola eleatica nasce in Magna Grecia, nella provincia dell’attuale città di Salerno dato che Elea non è altro che la Velia latina, oggi chiamata Ascea.

Nella Magna Grecia si era sviluppato il Pitagorismo e Parmenide fu infatti discepolo di un maestro pitagorico molto povero di nome Aminia, un filosofo poco conosciuto, anzi, noto solo per il riferimento alla figura di Parmenide, che a differenza di Aminia, proveniva da una famiglia aristocratica. Parmenide, tuttavia, ammirava così tanto il suo maestro che alla morte di Aminia, curò a suo spese l’edificazione di monumento sepolcrale per questo sconosciuto filosofo pitagorico, al fine di consegnare ai posteri la sua memoria.

Il fatto è significativo perché bisogna tenere presente che il pensiero di Parmenide non nasce dal niente, ma deriva al contrario da una tradizione di matrice pitagorica, tipica dell’Italia meridionale.  Come emerge dagli scavi di Giovanni Pugliese Carratelli, proprio a Velia, dagli scavi di Elea è stata riportata alla luce un’erma (statua) di Parmenide tra altre erme di medici. Ciò suggerisce una probabile fondazione a Velia di una scuola medica a conferma che Parmenide non sarebbe stato soltanto il filosofo scopritore della potenza del pensiero, capace di cogliere l’essere, ma sarebbe stato, come a suo tempo Pitagora, anche un medico.

A Pitagora si deve, teoria molto più certa che probabile, l’elaborazione di una disciplina medica, continuata da Alcmeone di Crotone. Parmenide poteva aver appreso l’arte di guarire attraverso la conoscenza delle proprietà dei numeri e le aveva sviluppate; molto interessante è ciò che ha scoperto Pugliese Carratelli. Nel pieno del Medioevo, a Salerno per la precisione, a pochi chilometri da Velia, sbocciò all’improvviso una scuola medica considerata l’origine della medicina occidentale. Tra XI e XII secolo d.C nasce difatti la scuola medica salernitana la cui origine potrebbe essere pitagorica, ovvero ascrivibile a circoli pitagorici di cui Parmenide stesso aveva fatto parte. Pitagora credeva che le corrispondenze numeriche fossero presenti in tutte le cose; alcune di queste corrispondenze erano armoniche e altre contrastavano. Nei vari regni della natura (animale, vegetale, minerale) esistono strettissime relazioni compatibili ad esempio con malattie umane e ciò significa che compresa la relazione è possibile trovare la cura.

Parmenide potrebbe aver continuato tale tradizione ed è infatti singolare che il proemio dell’opera parmenidea nota come Peri physeos (Sulla natura) presenti un carattere marcatamente iniziatico in cui viene descritto un carro trainato da cavalle che portano Parmenide al cospetto della divinità, anzi di più divinità. Se all’aspetto iniziatico, consideriamo anche la scelta di scrivere in esametri per appellarsi alle divinità e il fatto stesso di trovarsi ad una biforcazione che allude alla dicotomia tra verità e opinione, tutto ciò rimanda al pitagorismo e legittima a vedere nell’Eleatismo uno sviluppo e una successiva articolazione del Pitagorismo stesso.   

In alcune tombe pitagoriche è stato difatti ritrovato il simbolo Y che allude ad un bivio tra vizio e virtù al quale l’uomo di trova sempre nel corso della sua vita. La descrizione stessa che Parmenide ci lascia del suo viaggio è riconducibile a questa biforcazione. Ci sono due strade: la via dell’essere che “è” e la via del non-essere che “non è”. Se si sceglie la prima, ovvero la via della verità, la via dell’essere, si arriva alla conoscenza salvifica, alla luce, se invece si prende la via opposta, la via dell’opinione o via della doxa, si resta immersi nell’oscurità delle tenebre dell’ignoranza e ci si perde.

Parmenide aveva probabilmente riproposto in termini intellettuali la visione orfica e pitagorica della vita umana che si trova incessantemente di fronte al bivio tra virtù e vizio, tra la sapienza e l’ignoranza, tra la luce e la tenebra. Dunque, l’ascendenza pitagorica del filosofo di Elea è innegabile, così come il suo fascino. Ulteriori scoperte archeologiche hanno confermato la presenza, ad Elea, di una eterìa, cioè una confraternita pitagorica e infatti è noto che Pitagora avesse fondato a Crotone una scuola iniziatica frequentata da discepoli che intraprendevano un rigoroso percorso per accedere ad una conoscenza e a un sapere segreto che mai avrebbe potuto essere rivelato all’esterno.

Dopo la distruzione del cenacolo crotoniate, altre eterìe pitagoriche, presero piede nell’Italia meridionale. Tra gli scavi di Velia-Elea, è stata anche ritrovata, a conferma della filiazione pitagorismo-eleatismo, una moneta che rappresenta un leone con un pentagono stellato, il pentalfa pitagorico che rappresenta una stella simbolo di luce, di intelligenza che emerge da tre triangoli sovrapposti. Alcuni archeologi ipotizzano che il pentalfa, non fosse solo un ornamento, ma veicolasse un messaggio segreto: la moneta, forse  effigiata da uno dei più bravi incisori dell’antichità, Filistione è un vero capolavoro artistico e in essa spicca, malgrado il piccolo spazio, un leone sapientemente inciso nell’atto di balzare su un preda, mentre il pentagono stellato al sopra è molto irregolare. Per molti studiosi dell’antichità, Filistione ha disegnato con un tratto unico il pentagono poiché ciò richiama un tipico rito magico pitagorico, da cui l’incertezza del tratto. Avrebbe potuto disegnare una figura geometrica perfetta, ma ha preferito usare il tratto unico allo scopo di mantenere inviolata la sacra ritualità del cerimoniale.

Sulle cinque punte della stella si trovano delle lettere che compongono la parola yghieia che significa sanità, armonia, equilibrio. La moneta di Velia è sicuramente di ambiente pitagorico così come le scritte riguardanti la sanità e l’armonia a conferma della provenienza pitagorica. Il pentalfa simboleggia la perfezione della realtà e quelle scritte si ricollegano al fatto che Pitagora aveva sostenuto una dottrina sanitaria che aveva a fondamento una sana alimentazione. Il punto di partenza era infatti una dieta equilibrata al fine di  vivere meglio dal momento mangiare bene protegge dall’insorgenza di malattie che per Pitagora significano sproporzione, disarmonia. La malattia nasce dunque quando corpo e anima non sono in equilibrio e ciò fa pensare molto presumibilmente la scuola di Elea fosse l’antenata della scuola medica salernitana di epoca medievale. 

 

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