Del Perì physeos di Parmenide abbiamo pochi frammenti. Sappiamo che si divideva in due parti, una dedicata alla verità (alétheia) e una dedicata all’opinione (doxa). La parte dedicata all’opinione non è pervenuta e qui si apre un problema interpretativo gigantesco e cioè se Parmenide considerasse l’opinione o meglio tutte le opinioni come qualcosa di sbagliato, da respingere categoricamente, oppure ci fossero opinioni assolutamente sbagliate e altre probabili. Esiste uno schema interpretativo classico che è poi quello che fa capo a Platone e a Hegel: Parmenide è il filosofo dell’essere ed Eraclito è il filosofo del divenire. Ciò significa che Parmenide è il filosofo dell’unità e dell’immobilità, laddove Eraclito è il pensatore della pluralità e del movimento.

Platone opera una sintesi tesa a coniugare il mondo della staticità dell’essere, dell’unicità parmenidea con quella della pluralità e del divenire eracliteo. I sensi colgono il movimento e la ragione coglie l’immobilità e l’eternità dell’essere. Noi siamo in possesso solo della prima parte del poema ma non della seconda, malgrado vi siano interpreti sostengono che Parmenide nella sezione relativa alla doxa avesse tentato di recuperare una validità parziale dell’opinione, parziale perché appunto va integrata nella verità, da cui un’interpretazione di Parmenide che non respinge completamente il mondo del divenire e dell’opinione come farà invece il suo allievo Zenone.

Forma epica e contenuti filosofici

Il poema che procede per esametri, verso tipico del poema epico, presenta tutta una serie di figure religiose che rimandano alla Teogonia di Esiodo. Secondo Werner Jaeger, il Peri Physeos parmenideo è un poema religioso-filosofico perché Parmenide è da un lato filosofo dell’essere, ma dall’altro anche aderente alla religione misterica orfico pitagorica.  Il suo poema segue la struttura di un poema epico, mostrando ascendenze di incipit esiodeo nella Teogonia che ci fa pensare, oltre alla componente filosofica anche ad una “religione dell’essere”.

«Le cavalle che mi portano, conformemente all’impulso della mia mente, anche ora mi guidarono, poiché m’avevano spinto su quella famosa via della dea che porta l’uomo che sa per ogni dove». (Parmenide, Peri Physeos in A. Gargano, Filosofia antica, op. cit., pag. 55).

Il filosofo che usa la ragione viene trainato da cavalle, immagine omerica (epica dunque) ma anche filosofica perché ugualmente presente in Platone che vede l’anima sulla falsariga di una biga alata trascinata da cavalli nel Fedro. Nel primo verso, nel testo greco si trova la parola: epithymos che fa riferimento a una sorta di passione “intellettuale” dal momento che thumos significa “entusiasmo”. All’origine della conoscenza, per Parmenide, c’è qualcosa che non è razionale perché l’entusiasmo rimanda a qualcosa di sentimentale, di passionale, vale a dire: la conoscenza nasce originariamente da qualcosa di sentimentale, ci vuole entusiasmo per conoscere.

Emerge poi un’altra parola, ossia “via” che fa riferimento al topos del cammino faticoso che l’uomo deve intraprendere per arrivare alla conoscenza. E’ come se Parmenide, sull’esempio di Pitagora, suggerisse che l’essere umano, per arrivare alla piena consapevolezza del sé, attraverso la ragione, debba intraprendere un cammino iniziatico lungo e faticoso. 

La parola strada in greco si dice odos (nel poema c’è infatti odon nel secondo rigo del testo greco) ed è illuminante in questo senso il fatto che la parola italiana “metodo” derivi dal greco meta-odon; il metodo è la strada per arrivare alla conoscenza, dunque instradarsi (la preposizione metàindica proprio il prendere la giusta strada in tal caso). Parmenide come Pitagora è passato dalla religione alla filosofia, trasformando la via iniziatica di matrice religiosa nel metodo scientifico, nel metodo deduttivo per arrivare alla verità.

 

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