Seneca è un cittadino romano di origine spagnola che dal punto di vista della formazione filosofica si accostò prima al neopitagorismo, studiando sotto il rigido maestro Sozione e convertendosi poi allo Stoicismo di Attalo e Papirio. Storicamente parlando Seneca è attivo sotto Claudio e Nerone e tra le sue vicende personali è ben noto l’esilio in Corsica e il conseguenziale ritorno a Roma per divenire dapprima precettore di Nerone e poi consigliere.

Seneca condusse una vita di alti e bassi ma non si fece mai coinvolgere dalle circostanze contingenti. Dai suoi scritti emerge un’analisi profonda e dettagliata sul senso della vita, analisi che troverà la sua massima espressione nell’epistolario scritto a Lucilio, le Epistulae morales ad Lucilium, spesso abbreviato con Ad Lucilium, in cui Seneca si interroga sul senso della vita, sullo straniamento dell’uomo e sulla necessità di salvarsi da tale dispersione per mantenere intatta la propria libertà interiore.

Seneca appartiene allo stoicismo romano detto anche neostoicismo perché molti temi dello stoicismo vengono da Seneca rielaborati e sintetizzati all’interno di un complesso di dottrine di carattere diverso, per quanto resti nel fondo un’impronta dello stoicismo.

Dallo stoicismo Seneca riprende infatti il concetto di logos come legge razionale che pervade ed ordina il cosmo stesso da cui il riflesso di questo ordine sul mondo politico per cui la cittadinanza e relativo governo deve essere specchio in piccolo del logos, argomento da Seneca ripreso nel De clementia scritto per il giovane Nerone, al fine di illuminarlo come governante, opera tra l’altro, il De clementia in cui riecheggia il famoso motto stoico del vivi secondo natura che in Seneca corrisponde al vivi secondo ragione.

Il sapiente è colui che vive secondo ragione perché si pone come obiettivo quello di raggiungere la verità che in etica corrisponde alla somma, virtù al sommo bene, il solo capace di portare felicità.

Vi sono tuttavia molte altre dottrine all’interno dello stoicismo di Seneca.

  • C’è una propensione verso la diatriba dei Cinici, dai quali Seneca soprattutto riprende il tema del dominio sulle passioni;
  • Dai pitagorici, Seneca estrapola una concezione di Dio spiritualmente inteso e opta anche per l’esame di coscienza con la differenza che nei pitagorici l’esame di coscienza è finalizzato alla dottrina delle metempsicosi, dunque ricordare il più possibile di tutte le vite, mentre in Seneca, l’esame di coscienza è prettamente calato in un conteso etico.
  • Dall’epicureismo, il filosofo romano modella il distacco del sapiente e la sua elevazione spirituale grazie alla pratica dell’atarassia o assenza di turbamento;
  • Da Socrate, Seneca prende la nozione di libertà perseguibile attraverso la conoscenza;
  • Da Aristotele, Seneca riprende l’aspetto scientifico considerando che il filosofo romano si è occupato anche di questo nelle Naturales Questiones.

Seneca è stato definito il filosofo dell’interiorità e il filosofo del tempo o meglio del fluire del tempo della vita. Come lui stesso ha scritto nel De brevitate vitae, la vita è breve, contrapponendo nello specifico di questo dialogo gli uomini indaffarati che sprecano il loro tempo in cose futili e il sapiente che vivendo di riflessione interiore dedica il suo tempo alla conquista della saggezza e non si fa la fagocitare dal tempo oggettivo che naturalmente scorre sempre.

Emerge in Seneca una connotazione etica del tempo che il filosofo romano vede come “tempo vissuto”, tempo qualitativo e non quantitativo, ossia il tempo in ore, minuti e secondi che passando inesorabilmente avvicina l’uomo al suo punto limite estremo, alla morte da cui il dolore del vuoto esistenziale.

Il tempo che scorre è da Seneca paragonato a un fiume che si avvicina al mare, all’abisso e nel momento in cui sfocia nell’abisso, il fiume muore e non esiste né editto di imperatore, né favore di popolo che può fermare la morte. 

L’uso del tempo è per Seneca importante poichè dipende essenzialmente da noi e l’uso del tempo è strettamente connesso al senso che noi diamo al tempo, al senso che diamo ad ogni istante della nostra vita da cui la massima di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. In Seneca emerge chiaramente la dicotomia tra vivere ed esistere dal momento che l’esistere è il mero espletarsi di funzioni biologiche laddove il vivere la vita, è dare senso all’esistenza, da ciò la profonda riflessione sul tempo che scorre che è alla fine, anche una profonda riflessione sulla morte.

Nell’ Ad Lucilium sono stati proprio i saggi per Seneca i soli ad aver conseguito l’immortalità perché dedicando il loro tempo alla saggezza hanno prodotto opere senza tempo, promulgando valori senza tempo; per cui è importante vivere il presente, valorizzando ogni attimo.

Il ben noto carpe diem è una formula che ritroviamo anche in Orazio e in Epicuro del resto, vivere il presente giacché è l’unica cosa che davvero abbiamo dato che il futuro non è dato.

In Orazio il carpe diem è tuttavia connesso al gusto leggero, al diletto catartico privo di materialismo ed incentrato sul complesso reticolo di emozioni che è la vita, emozioni che sono degne di essere vissute prima di morire. Orazio cala il carpe diem all’interno di un’ottica distensiva di matrice epicurea e infatti ricordiamo che d Orazio venne chiesto da Augusto di diventare suo consigliere e Orazio rifiutò.

Seneca al contrario è politicamente attivo e quindi il carpe diem senechiano è maggiormente aperto a un discorso di tensione dello spirito, di affrancarsi dall’ansia per il domani, di raggiungere un equilibrio interiore garante di libertà che è un altro grande tema della filosofia di Seneca, incentrata principalmente sulla triade: ricerca della virtù, della verità e della libertà.

Il discorso di Seneca sulla libertà si inquadra comunque in rapporto alla ragione e alla volontà, in quanto è il giusto rapporto tra esse che porta alla conoscenza e dunque al vero bene. Seneca dice che con la ragione si interpreta la realtà ma è la volontà che ti fa conoscere e vivere la realtà da essere umano, libero dalle passioni, da cui l’importanza che Seneca attribuisce all’ascesi spirituale e appunto al famoso esame di coscienza.

E’ importante in ottica di ascesi spirituale tenere sempre a bada le passioni, porsi un esame di coscienza, intesa come forza spirituale e morale universale, connaturata in interiore homine, nell’intimo di ogni uomo, quale forza consapevole del bene e del male, coscienza che diventa in Seneca il luogo deputato della lotta interiore per salvaguardare la libertas. La consapevolezza di essere parte del logos determina quella libertà sintetizzabile nel motto vivi secondo natura, vivi secondo ragione, libertà che consta di autarcheia cioè essere indipendenti, essere autosufficienti per raggiungere un equilibrio psicofisico adeguato e naturalmente una parte fondamentale la gioca l’assenza di pathos, l’assenza di turbamento o apatheia.

Ricordiamo anche che con Seneca compare ,el vocabolario filosofico il termine voluntas, estraneo al mondo greco. Tale voluntas è ben distinta dalla conoscenza e connaturata nell’uomo; Seneca addirittura parla di una educazione e formazione alla volontà come disposizione dell’animo che determina la moralità di un’azione, disposizione che poi si risolve nel vivere secondo natura ovvero vivere secondo ragione, per cui la volontà è:

  • Potere di decidere;
  • Potere di agire;
  • Potere di insistere.

La volontà è altresì per Seneca il potere di volere dare senso a ogni istante della vita, interpretando la volontà come esperienza etica autonoma, nuova, qualitativamente diversa dall’attività razionale dell’intelletto anche perché l’origine della volontà non si conosce ma prende poi forma razionale nella coscienza e si esplicita attraverso un’azione morale o immorale, ma non conoscendo l’origine della volontà, essa è in parte qualche cosa di  irrazionale.

La filosofia di Seneca è stata definita una forma di humanitas sotto molti punti di vista che si propone di liberare l’uomo da tutti quanti i mali fisici e morali; naturalmente per quanto vi siano dei punti di contatto con la predicazione cristiana che aveva orma fatto la sua comparsa a Roma, i rapporti presunti tra tra Seneca e San Pietro sono un falso e apocrifo il loro carteggio.

 

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