Epitteto e Marco Aurelio

Epitteto è uno dei più importanti esponenti della Nuova Stoa ed è un liberto di Nerone che dopo la cacciata in massa dei filosofi ad opera di Domiziano si rifugiò a Nicopoli, nell’attuale Bulgaria dove fondò una scuola.  Di quello che Epitteto ha scritto ci è giunta traccia grazie al suo allievo Arriano di Nicome media che ha raccolto le diatribe di Epitteto poi divenute un vero e proprio manuale regalato poi tra l’altro all’imperatore Marco Aurelio, che sotto molti aspetti è una raccolta di detti memorabili sullo stile di Senofonte tanto che alcuni hanno parlato di Epitteto come novello Socrate e in ultimo ma non per ultimo, ricordiamo anche che di questo manuale esiste una traduzione italiana piuttosto nota perché scritta da Giacomo Leopardi nell’Ottocento.

Epitteto ripartisce la vita in due orizzonti ben precisi:

  1. Un orizzonte che comprende le cose che sono in mio potere: le opinioni, i desideri, gli impulsi;
  2. Le cose che non sono in mio potere ovvero la ricchezza, la fama, la gloria e gli onori.

Naturalmente per vivere una vita sana e non essere infelice, è importante concentrarsi sulle cose di cui ho il potere ed è fondamentale in questa ottica, scegliere bene e infatti esiste per Epitteto una prescelta, una sorta di “scelta prima” e precedente alle scelte particolari ma che influenza e orienta le scelte particolari; per cui è necessario che questa scelta venga effettuata con saggezza ma soprattutto è cruciale accettare il fatto che la realtà non può essere cambiata ma bisogna adattarvisi, anticipando qualcosa che si sarebbe poi ritrovato in Cartesio e nella sua etica provvisoria.

L’altro grande protagonista dello stoicismo romano è Marco Aurelio, appartenente alla prestigiosa famiglia degli Aureli, addirittura ribattezzati con il titolo di Veri per la loro onestà.

Marco Aurelio sposò una figlia di Antonino Pio e addirittura pare avesse avuto 17 precettori e tra questi ricordiamo anche Frontone del quale esiste un carteggio in latino e in greco che Frontone scambio con l’imperatore. L’opera più importante di Marco Aurelio è A se stesso o Colloqui originalmente scritto in greco poiché l’imperatore filosofo sapeva scrivere e parlare la lingua greca perfettamente.

Marco Aurelio, da stoico, è consapevole che esiste un logos che pervade tutto e che ogni cosa tende a trasformarsi fino ad annullarsi nel logos stesso il che non significa morire inteso come fine di tutto, dal momento che ogni cosa diviene trasformandosi e dunque per Marco Aurelio la morte non esiste. Nota è l’immagine o esempio dell’oliva matura che si stacca dall’albero ad un certo punto e che ringrazia il terreno per aver messo al mondo l’albero che le ha dato la vita.

L’oliva cadendo si ricongiunge al terreno per dare ulteriore nutrimento al terreno che produrrà nuovi alberi. Marco Aurelio ci ha lasciato un’analisi molto profonda sull’essere umano sostenendo che l’uomo o lo si conosce o lo si subisce, da cui il concetto di immedesimazione nell’altro, di empatia che è comunque, ancora una volta, a scanso di equivoci, un concetto molto diverso dalla compassione tipica del cristiano che non si immedesima soltanto nell’altro ma, etimologicamente patisce “con” perché in questo consiste l’atto della compassione anche se oggi ha assunto un significato totalmente negativo, poiché provare compassione per qualcuno, significa che questo qualcuno fa pena.

Per i Cristiani la compassione era molto diversa dal semplice fare pena, ma nello stoicismo di Marco Aurelio, oltre l’empatia, parlare di compassione cristiana sarebbe molto azzardato, anche perché non ci sono documenti a comprovare che l’imperatore abbia mai simpatizzato per questa nuova religione.

 

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