A differenza del Platonismo che fiorì al di fuori delle scuole, l’Aristotelismo si sviluppò all’interno degli ambienti accademici e trovò il suo centro propulsore principale nella città di Padova.  L’aristotelismo tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento si divise in due filoni: a partire dalla seconda metà del Quattrocento erano già stati pubblicati in latino i grandi commentari ad Aristotele scritti dal filosofo arabo Averroè, ma ben presto, nei primi anni del Cinquecento, a questi commentari, si affiancarono quelli di Alessandro d’Afrodisia, commentari altrettanto degni di nota. Dunque da un lato abbiamo il filone degli Averroisti e dall’altro quello dei seguaci di Alessandro d’Afrodisia o alessandristi che finirono per scontrarsi sul problema dell’intelletto secondo Aristotele, in quanto gli Averroisti sostenevano che esistesse un unico intelletto, identico per tutti quanti gli uomini, separato e immortale, mentre gli alessandristi affermavano che ogni uomo ha un proprio intelletto passivo, mentre Dio solo costituisce l’intelletto attivo. 

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Da queste impostazioni nascevano delle grossissime divergenze inerenti al problema dell’immortalità dell’anima. Gli averroisti infatti riconoscevano l’immortalità anche se non nella forma di immortalità personale, bensì nella forma dell’ immortalità dell’intelletto collettivo universale, al contrario degli alessandristi che attribuivano enorme importanza all’intelletto personale, vedendo quest’intelletto passivo strettamente congiunto al corpo secondo la dottrina aristotelica per cui l’anima è la forma del corpo che tende a venir meno una volta che il corpo muore.

Al di là delle divergenze sull’argomento dell’immortalità dell’anima, le due scuole aristoteliche erano d’accordo sul tema della doppia verità: la verità di ragione e la verità di religione o di fede procedono su strade separate e non è possibile conciliare proposizioni filosofiche e proposizioni teologiche, giacché entrambe sono rispettivamente vere, ciascuna nel proprio ambito. 

Il principio della doppia verità offriva così agli aristotelici una via di fuga di fronte alle accuse che la loro filosofia allontanasse dalla fede, in quanto gli aristotelici, in conformità a quanto espresso nella doppia verità, ammettevano di credere alla verità di fede pur pervenendo a conclusioni diverse nei ragionamenti filosofici.

La più importante figura dell’aristotelismo padovano è senza ombra di dubbio Pietro Pomponazzi, considerato anche il maggiore rappresentante della scuola alessandrista. 

Pomponazzi nasce a Mantova nel 1462 e nel 1487 si laurea a Padova in medicina. L’anno successivo diventa titolare di una cattedra universitaria di filosofia morale presso lo stesso Ateneo ma sarà soltanto con il 1509 che cominciano i viaggi di Pomponazzi tra le diverse città italiane con soggiorni dapprima a Carpi, poi a Ferrara e successivamente a Bologna. Durante il suo periodo bolognese Pomponazzi scrive il Tractatus de immortalitate animae nel 1516 e le tesi sostenute nello scritto gli valsero una pubblica condanna da parte della Chiesa.

Fu così che mentre il trattato veniva bruciato nelle piazze, Pomponazzi si trovava costretto a ritrattare le tesi scandalose esposte nel trattato, anche se il divampare di tutte queste polemiche non impedì a Pomponazzi di dedicarsi alla stesura di altri testi. Nel 1520 Pomponazzi scrive infatti il De naturalium effectum causis sive de indicationibus liber, e il de fato, praedestinatione et providentia Dei, pubblicati tuttavia solo dopo la morte dell’autore avvenuta a Bologna nel 1525. 

 

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