Thomas More 

Thomas More o Tommaso Moro in versione italianizzata nacque a Londra nel 1478 e si fece subito conoscere come raffinato e colto uomo di lettere, nonché filosofo e pensatore politico nella fattispecie. In Inghilterra, Thomas More ha simpatizzato per diversi movimenti riformisti grazie anche a una stretta amicizia con Erasmo da Rotterdam e queste sue tendenze riformatrici lo avvicinarono progressivamente al noto circolo di Oxford.

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Sotto il regno di Enrico VIII, la carriera politica di More conobbe un periodo di massimo splendore perché il re gli affidò ruoli e cariche politiche di enorme prestigio, fino a diventare membro della Camera dei Comuni, poi del Consiglio privato della corona e infine addirittura Gran Cancelliere. Nonostante ciò, Moro venne immediatamente rimosso dalle cariche, arrestato e giustiziato per ordine dello stesso Enrico VIII, quando, nel 1534, Moro si rifiutò di riconoscere Enrico VIII come capo della Chiesa anglicana, secondo quanto sancito dall’Atto di supremazia firmato dal Parlamento inglese, documento con il quale veniva ufficialmente concretizzato lo scisma della chiesa anglicana da quella cattolica. 

Moro, da cattolico si rifiutò di sottoscrivere il documento e così venne giustiziato. La sua opera principale è Utopia del 1516 che descrive un’isola immaginaria in cui vige il miglior governo possibile e pertanto ad Utopia risiede una società perfetta. Utopia che etimologicamente, dal greco, significa in nessun luogo, fa riferimento a un luogo fantastico e dunque si parla di uno Stato che non si può concretamente realizzare da nessuna parte ma che nel caso di Moro, prendendo spunto da quella tradizione che affonda le sue radici nella Repubblica di Platone, ha dato vita a un vero e proprio filone speculativo e letterario che toccherà punte di eccellenza perfino nel XIX secolo.

Per criticare la situazione politica dell’Inghilterra del suo tempo, Moro si serve di una palese provocazione: immaginare un’entità politica che non esiste, l’isola di Utopia appunto in cui tutte le contraddizioni e gli aspetti negativi della società vengono superati. A Utopia vige un regime democratico per cui tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge e la schiavitù esiste solo come forma di pena estrema per i reati più gravi. 

Nell’isola di Utopia non è  l’individuo a essere posto al centro della società ma è la sua famiglia. Inoltre non esiste proprietà privata sull’isola, caratterizzata tra l’altro da una dimensione del lavoro molto particolare. Moro è infatti convinto che fossilizzare un uomo su una sola attività per tutta la vita, può frustrarlo e impedire la creatività dello stesso, ecco perché gli abitanti di Utopia lavorano per un periodo di tempo in campagna, coltivando i campi e dunque esercitando il mestiere di contadini e per un altro periodo lavorano in città, alternando così, due diversi stili di vita, apprendendone i pro e i contro.

Inoltre sull’isola di Utopia, il lavoro manuale è considerato un dovere sociale e giuridico e così come lo era nella Repubblica platonica, l’istruzione è fondamentale e perciò segue un corso che dura per  tutta la vita dell’individuo da cui il concetto di educazione permanente che oggi chiamiamo lifelong learning e da questo punto di vista possiamo infatti dire che Moro ha anticipato certi orientamenti moderni in ambito di formazione ed educazione.

La religione ad Utopia non è né vietata né osteggiata, anzi è tratto costitutivo della vita individuale e sociale ma la caratteristica innovativa, però, sta nel fatto che sull’isola c’è libertà di culto e ognuno è legittimato a credere e pregare come vuole, l’essere supremo che indipendentemente dal nome “Dio” è uguale per tutti.

Ciò significa che ogni forma di intolleranza religiosa viene severamente repressa dallo Stato attraverso la pena dell’esilio e ciò si spiega storicamente perché il periodo in cui Moro vive è sconvolto dalle guerre religiose che hanno evidentemente toccato l’autore al punto tale da trovare nella sua opera un chiaro riflesso dei tempi.

Il pensiero politico nel Cinquecento
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