Il Principe 

Il principe è un’opera dedicata a Lorenzo dei Medici, figlio di Piero e nipote di Lorenzo il Magnifico. Il nipote del grande Lorenzo non era sicuramente all’altezza di suo nonno tanto che, il giorno  in cui gli fu donato il manoscritto di Machiavelli, a sua volta pubblicato solo dopo la morte dell’autore, pare che Lorenzo tra Il principe e i cani a Lorenzo donati da un signorotto, fu molto più contento del regalo dei cani piuttosto che dell’opera di Machiavelli, con grande delusione da parte dell’autore. 

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L’inizio de Il principe è piuttosto immediato e Machiavelli  in modo inequivocabile dice subito che tutti gli stati si dividono in Repubbliche e Principati. I principati possono essere nuovi o frutto di eredità di precedenti principati e poi l’autore continua nella descrizione dei nuovi principati che si possono acquisire per virtù o per fortuna. 

Già emerge una differenza basilare con la trattatistica tipica del medioevo che inizia invece con affermazioni di carattere molto generale. Se prendiamo Dante come modello di esempio, il Convivio non a caso si apre con l’affermazione che ogni uomo tende alla perfezione, ovvero ogni uomo tende al sapere. Naturalmente Dante, da uomo del medioevo, fonda le sue affermazioni sull’autorità di Aristotele per poi procedere oltre e del resto la trattatistica medievale segue un meccanismo logico di tipo aristotelico che parte da principi generalissimi per arrivare progressivamente, per tappe,  al particolare. 

Come giustamente evidenziato da Luigi Russo, storico della letteratura italiana, c’è una struttura piramidale insista nel ragionamento medievale che è anche tipica della trattatistica medievale. Al contrario, se leggiamo le prime righe de Il principe, si capisce subito che l’atmosfera è cambiata.  Machiavelli apre l’opera con uno stile completamente diverso ed evita premesse generali. Tutto lo svolgimento del libro è affidato a una serie di esempi concreti, quasi un ragionamento a catena a dimostrazione che dal ragionamento piramidale di ascendenza medievale e aristotelica si passa a un ragionamento a catena che confluirà poi nella prosa scientifica moderna. 

De Sanctis sostiene che Machiavelli è il grande scienziato della politica che ha fatto un po’ da apripista all’altro grande scienziato della natura cioè Galilei; tra i due c’è un’affinità, nel senso che entrambi hanno spirito di osservazione concreto, caratteristica estranea alla mentalità medievale ed entrambi ragionano a catena, traendo conclusioni che pertanto rifiutano il ragionamento aristotelico che usa il sillogismo.

Machiavelli è un umanista e per lui conta tanto l’esperienza diretta, quanto l’esperienza indiretta che si acquisisce dagli antichi. Si può crescere e acquisire esperienza solo ispirandosi ai classici, imitandoli, e il concetto è chiaramente quello di percepirsi come nani sulle spalle dei giganti.

Non si può pretendere di creare vie originali ma bisogna seguire delle vie già battute, già percorse se vogliamo poi andare oltre. Bisogna dunque imitare ma per forza di cose bisogna anche scegliere modelli alti, perché se si scelgono modelli bassi si rimane in basso.

La scelta deve sempre ricadere su modelli eccellenti, ossia attenersi all’esperienza dei classici, confrontandola con la nostra esperienza. Dai classici emerge chiaramente un mondo di leggi della politica autonomo e che vale per sé stesso, tanto che, da questo punto di vista, Machiavelli, come sosterrà Benedetto Croce è lo scopritore dell’autonomia della politica. Dall’insegnamento dei classici, Machiavelli giunge alla conclusione che la storia funziona sulla base di leggi interne, proprie, che sono intrinseche, immanenti alla storia e se vogliamo agire nella storia bisogna scoprire queste leggi e seguirle; le leggi che regolano i rapporti umani non vengono quindi imposte da nessuna entità superiore ma sono leggi proprie del mondo umano, del mondo politico, del mondo della città, dello Stato e rappresentano la comunità umana.

Il pensiero politico nel Cinquecento
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