La messa al bando de Il principe 

Machiavelli fu attaccato dalla Controriforma e Il principe venne incluso nell’indice dei libri proibiti nel 1559. Il gesuita Antonio Possevìno, calcando la mano, disse addirittura che le opere di Machiavelli erano frutto dell’operato del demonio, ma c’è stata una lettura di Machiavelli ad opera di Traiano Boccalini fino a Ugo Foscolo che invece lo ha difeso, nonostante l’interpretazione del pensiero di Machiavelli sia molto particolare. Traiano Boccalini nei Ragguagli di Parnaso, scritto del 1612, ha sostenuto che Machiavelli ha descritto tante nefandezze ma forse per far capire ai sudditi come difendersi dai loro principi, comportandosi come “un guardiano di pecore che mette denti di lupo in bocca alle pecore” (A. Gargano, Ivi, pag. 87).

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Questa interpretazione è molto simile a quella di Jean Jacques Rousseau che vede in Machiavelli il grande filosofo della libertà e della Repubblica perché dietro le apparenze, smaschera i funzionamenti del potere e li denuncia. Tale linea interpretativa culminerà poi in Ugo Foscolo che nei Sepolcri pone Machiavelli nel pantheon dei grandissimi, indicandolo come colui che ha scoperto per primo il fatto che lo scettro dei regnanti gronda di lacrime e di sangue. Naturalmente Foscolo dà di Machiavelli una lettura moderata, laddove invece in Machiavelli c’è qualcosa di più, c’è l’istanza della fondazione dello Stato moderno, dato che Machiavelli aveva compreso che il punto di passaggio dal Medioevo all’età moderna è la costituzione dello Stato come forza egemone che neutralizza i poteri feudali, locali e crea una grande comunità nazionale in cui regnano pace e ordine. 

Per questo altissimo fine, che è poi lo Stato, è vero che il fine giustifica i mezzi, ma è chiaro che Machiavelli parla di un utile oggettivo e non individuale, perché quel fine coincide con la salvezza dell’intera comunità, che viene prima degli individui. Questo è pertanto il vero insegnamento di Machiavelli come ha ribadito Luigi Russo, individuando nel capitolo XXVI de Il principe, l’anima dell’intero scritto.

Il capitolo citato, l’ultimo capitolo de Il principe ha un tono completamente diverso dagli altri: non si parla più di passato, ma si parla di presente, si parla dell’Italia che è saccheggiata dagli stranieri, nell’auspicio che in Italia possa nascere un principe che stabilizzi la situazione italiana e che la porti a livello europeo. Per questo motivo Luigi Russo sostiene che le “premesse logiche e sentimentali de Il principe sono tutte condensate nel capitolo XXVI” (Cfr. A. Gargano, Ivi, pag. 88) e dunque, in un certo senso, l’ultimo capitolo anziché essere considerato la conclusione dell’opera ne è piuttosto il prologo.

Il pensiero politico nel Cinquecento
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