Francesco Guicciardini

Dopo la morte di Machiavelli e dopo il sacco di Roma, la florida civiltà italiana che aveva prodotto un vero e proprio patrimonio culturale in trenta, quaranta anni, in misura tra l’altro maggiore rispetto al resto d’Europa in vari secoli, inizia a decadere proprio nel 1527, anno del sacco. L’Italia è ormai terra di conquista e il clima culturale si affievolisce anche a causa del subentrare di una certa forma di pessimismo. 

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Francesco Guicciardini è più grande di Machiavelli e dunque non appartiene alla stessa generazione ma avendo quattordici anni più di Machiavelli non può neanche considerarsi appartenente alla generazione successiva che già tende a una visione del mondo chiusa e maggiormente ripiegata su se stessa. 

L’Italia però aveva accumulato sapere in questi anni, intelligenza e cultura e Guicciardini lo sapeva perfettamente, tanto che nelle prime pagine della Storia di Italia ne fa l’elogio, nonostante il dramma dell’invasione straniera e il clima di censura estrema instaurato dalla Controriforma, che aveva contribuito alla tortura di Campanella e alla morte di Bruno. Ecco, malgrado ciò, personaggi di altissima levatura come i due nomi appena menzionati, riescono fortunatamente ad esprimere, per quanto isolati e nel caso di Bruno con la perdita della vita, un messaggio culturale che passerà, se non altro alla cultura tedesca e francese, rientrando in Italia solo nell’Ottocento con il Risorgimento, secondo la tesi della circolarità dello spirito europeo formulata da Bertrando Spaventa. 

Guicciardini va comunque storicamente collocato in questo punto di svolta, ovvero, il 1527 segna il declino ma non un declino tale da impedire a pensatori forti come Telesio, Bruno e Campanella di esprimere un pensiero di alto livello. Guicciardini è un pensatore politico ma è nello stesso tempo anche uno storico. Nasce a Firenze nel 1483, suo padre è amico e discepolo di Marsilio Ficino e pertanto Guicciardini vive in una famiglia agiata e di cultura tanto che lo stesso Guicciardini conosceva benissimo la letteratura latina, abbastanza bene la greca ed era dottore in legge, esercitando tra l’altro la professione di avvocato e rappresentando sotto molti aspetti l’apogeo della cultura fiorentina, almeno fino allo scossone dell’invasione francese di Carlo VIII che aveva dapprima portato l’instaurazione della repubblica a Firenze che durò dal 1494 al 1512 e poi successivamente dal 1512 al 1527, anno del sacco di Roma e dell’invasione dei lanzichenecchi mercenari di Carlo V, al ritorno della signoria dei Medici. Poi ancora, dal 1527 al 1530, di nuovo, la repubblica e infine i Medici per l’ennesima volta, quindi un periodo molto caotico.

Nella sua Storia d’Italia Guicciardini colloca gli eventi nel panorama europeo in cui il punto di riferimento è sicuramente il 1559 anno della pace di Cateau-Cambrésis che sancisce il fatto che l’Italia è ormai stabilmente sotto il dominio spagnolo, aspetto che caratterizza il primo cinquantennio del 1500, ossia la progressiva perdita della libertà italiana, messa nero su bianco proprio nel 1559 con la pace di Cateau-Cambrésis.

Chiaramente un intellettuale che vive in questi tempi non potrà mai avere la stessa prospettiva di Machiavelli. Quest’ultimo, intento a cogliere le leggi del cammino storico, nutre la speranza che l’Italia possa trovare la giusta collocazione fra i grandi stati organizzati su base territoriale e che quindi anche la penisola a suo modo possa incidere in maniera significativo sulla storia. 

Il principe di Machiavelli e anche I discorsi sopra la prima deca di Tito Livio sono un tentativo di estrarre leggi dal corso della storia con un intento scientifico, tanto che Benedetto Croce, sostiene che Machiavelli sia l’inventore della scienza della politica ed è anche colui che la rende autonoma da morale e religione. 

L’intento dello scienziato è quello di cogliere le leggi utili per comprendere i fenomeni e dominarli, il che significa identificare un comune denominatore e Machiavelli analogamente vuole dimostrare che al di là della mutevolezza insita negli eventi particolari ci sono leggi, esistono delle costanti che si possono identificare e porre a guida della storia futura. 

Considerati i tempi di Machiavelli nello specifico, il compito era formare uno Stato nazionale in grado di dare forza e prestigio all’Italia, uno Stato che garantisse la sicurezza del corpo civico, tenendo anche presente quanto fosse importante che i cittadini potessero nello stesso tempo sviluppare altresì le attitudini personali, le arti e i loro commerci. Machiavelli è dunque mosso da due grandi ideali; la creazione dello Stato da un lato e dall’altro l’identificazione di leggi o costanti da utilizzare per “fare storia” cioè per lasciare un segno. 

La creazione dello Stato è pertanto un ideale fortemente comunitario e sociale in Machiavelli laddove Guicciardini, che vive una situazione caratterizzata dal fatto che l’Italia non è più soggetto ma oggetto di storia, non si fa prendere dallo stesso slancio di Machiavelli e finisce inevitabilmente per rinchiudersi nella percezione di un’epoca incerta, di un pensiero in cui si viene, in un certo senso, sballottati dai flutti della storia, suggerendo che ciò che resta da fare è salvare se stessi, da cui l’attenzione verso il proprio interesse particolare. 

Il mondo è in balia di grandi forze incontrollabili, l’Italia è in mano straniera e non possiamo illuderci di poter creare qualche cosa di collettivo, di universale, anzi, non si può più pensare all’universale ma soltanto al particolare, tendenza quest’ultima che è stata vista come l’emblema della nuova mentalità italiana che di fatto costituisce anche la matrice della crisi in Italia.

Il pensiero politico nel Cinquecento
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