La conoscenza dell’infinito

Conoscere è misurare costituisce però una massima che vale solo per il mondo sensibile finito, ma se mi accingo ad applicare lo stesso criterio all’infinito, mi accorgerò che non potrò mai misurare qualcosa di illimitato dal momento che è impossibile rapportare l’unità di misura tante volte fino a quando ultimiamo la misurazione di ciò che vogliamo misurare. Ne consegue che se conoscere equivale a misurare, l’infinito è inconoscibile, giacché implica una ripetizione all’infinito dell’operazione di rapporto, di proporzione, e comparazione con un’ unità di misura. 

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In breve, l’infinito è incommensurabile e naturalmente per infinito Cusano intende Dio in quanto ente di cui non si può pensare nulla di più grande, perciò nessuno potrà conoscere Dio misurandolo, nessun uomo potrà avere un’intelligenza tale da poterlo rapportare ad unità note. La conoscenza come misurazione ha inerenza con la comparazione di maggioranza o minoranza, cioè con un confronto tra il più grande e il più piccolo di due o più enti finiti, ma l’infinito è superlativo assoluto che è diverso ad esempio dal superlativo di grado relativo che si muove ancora in una dimensione comparativa, se ad esempio dico “il più grande di” o “il più grande tra”. 

A questo punto, tutto fa pensare che Dio è inconoscibile e che ci si debba arrendere. Cusano chiarisce a questo punto che per l’uomo una conoscenza di Dio non è totalmente impossibile perché l’uomo, oltre a essere dotato di ragione, è provvisto altresì di una facoltà che si chiama intelletto e con Kant si capirà meglio la distinzione tra intelletto e ragione. Cusano è dunque il primo ad affermare l’esistenza di due distinte facoltà superiori che si chiamano ragione e intelletto, anticipando pertanto una distinzione che dopo di lui verrà tralasciata e ripresa come ricordato da Kant nel Settecento, in termini diversi.

Cusano teorizza che la ragione funziona sulla base del principio logico fondamentale che una cosa è uguale a se stessa, principio formalizzato da Aristotele e noto come principio di identità, per cui A=A.  Però, oltre la ragione, noi possediamo anche un intelletto dotato di facoltà sintetiche superiori alla ragione che ci consentono di penetrare (intus deriva dal latino e vuol dire “dentro”) la sfera divina, dimensione all’interno della quale il principio d’identità non vale; nel divino regna infatti il principio conosciuto come coincidenza degli opposti o coincidentia oppositorum.

Ogni ragionamento secondo Aristotele deve incentrarsi sul principio di identità e di conseguenza di non contraddizione ma Cusano afferma che tale principio vale solo ed esclusivamente per capire la realtà misurabile e sensibile, ma fuori da questa dimensione si fuoriesce dal regno del più e del meno, dal regno dei comparativi per entrare nella realtà infinita dove A=B, dove il massimo è uguale al minimo, il grande è uguale al piccolo. Se tentassimo di considerare tale principio della coincidenza degli opposti con la ragione, è chiaro che ci sembrerebbe assurdo, ma nella dimensione dell’infinito si verifica la coincidenza degli opposti che è possibile afferrare solo con l’intelletto.

Niccolò Cusano

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