La docta ignorantia

Per Cusano insomma, come già detto,  possiamo cogliere l’infinito attraverso i paragoni geometrici, attraverso l’intuizione dell’intelletto, da cui la seconda e ben nota formula cusaniana della docta ignorantia o dotta ignoranza. È vero che noi non conosciamo Dio perché Dio è incommensurabile, è infinito e ciò ci pone in una dimensione di ignoranza rispetto a Dio ma, tuttavia, malgrado la nostra posizione subalterna, di Dio possiamo averne almeno l’intuizione: sappiamo che Dio è l’assoluto, che è ciò di cui non si può pensare niente di più grande, ma contemporaneamente neanche niente di più piccolo, che in esso si attua la coincidenza degli opposti e che Dio è presente nel mondo. 

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Dunque siamo ignoranti rispetto a Dio perché conoscere e’ misurare e non possiamo misurare l’infinito da cui la nostra ignoranza ma nello stesso tempo siamo anche sapienti giacché a differenza degli animali, ad esempio, pur non conoscendo Dio, ne abbiamo l’intuizione poiché siamo dotati, oltre che di ragione pure di intelletto. L’uomo dunque detiene il primato di una dotta ignoranza, concetto in cui echeggia il sapere di non sapere che allude alla condizione umana di essere in cammino: l’uomo non e’ un Dio onnisciente ma neanche un bruto, condizione da cui emerge un atteggiamento autenticamente filosofico. Non possiamo conoscere tutto ma non siamo neppure totalmente ignoranti, siamo esseri a metà’ tra ignoranza e sapienza, esattamente come avevano sostenuto Socrate  Platone.  

La teologia copulativa 

In modo particolare, riguardo a Dio, e’ necessario, secondo Cusano, elaborare una teologia chiamata copulativa. Copula significa “unione”. A Dio si potrà attribuire il grande e il piccolo, il polo positivo e il polo negativo: Plotino aveva elaborato a suo tempo una teologia negativa, sostenendo che Dio è ineffabile, che di Dio non e’ possibile dire nulla, perché Dio è l’uno e se predico qualcosa dell’Uno, qualsiasi cosa, nel bene o nel  male, lo faccio diventare Due. All’Uno-Dio non si può che giungere attraverso l’estasi mistica, il che significa uscire fuori dai propri limiti corporei per unirsi a Dio, modello teologico a cui nel medioevo si contrappose la teologia affermativa di Tommaso che sosteneva al contrario che fosse possibile affermare le caratteristiche di Dio, separando una conoscenza di Dio da una comprensione di Dio, da Tommaso tentata attraverso la via etica.

Riguardo l’estasi di Cusano, per maggiori approfondimenti vi rimando direttamente alla sua opera: Il Dio nascosto.

Nel Medioevo si erano insomma scontrate la teologia di stampo neoplatonico, negativa e la teologia affermativa di matrice tomista. Cusano in un certo senso le supera entrambe, sostenendo una teologia copulativa che le mette insieme, tale per cui si può affermare e negare, predicare il massimo e il minimo, dire una cosa e il suo contrario nella dimensione dell’infinito. Essendo Dio il tutto, Dio è coincidenza degli opposti, fermo restando che ciò’ si coglie intuitivamente grazie all’intelletto. Dio e’ dunque complesso nel senso primo del termine perché Dio in sé contiene implicitamente tutte le realtà, ma in fondo anche ogni singola cosa è il massimo in estensione in se stessa; una montagna o un animale sono imperfetti, sono piccoli e limitati rispetto a Dio ma ognuno è pienamente se stesso, è il massimo di se stesso.

Cusano ci sta insomma dicendo che avendo ogni cosa una sua identità, una sua configurazione, essa e’ pienamente se stessa e in quanto tale è il massimo di se stessa. Ma se riguardo al massimo, esso non si può mai conoscere pienamente, perché conoscere e’ misurare comparativamente, dire cioè che una cosa A è “più o meno grande” di una cosa B, al superlativo assoluto, non potendoci arrivare con la ragione, ma con l’intelletto,  ecco che Cusano ci sta suggerendo che ogni cosa in sé contiene l’infinito, cioè’ Dio e di conseguenza se contiene Dio, ogni cosa e’ infinita.

Limiti della conoscenza

Abbiamo detto che tutte le cose sono divine e ciò vuol dire da un punto di vista conoscitivo che come non possiamo conoscere pienamente Dio, non possiamo conoscere di conseguenza neanche le cose in sé. Quando applico il criterio del conoscere è misurare, raffronto le cose, le une con le altre, da cui una conoscenza sempre calata in un contesto relativo, una conoscenza come dirà’ Cartesio di tipo discorsivo che si esplica mediante un ragionamento che mette i termini uno dietro l’altro, da cui la mediazione dei tanti termini. Prendo un termine e lo concateno con un altro, costruendo una proposizione, un sillogismo, un ragionamento.

Questa è la conoscenza umana intesa come misurazione, ovvero inserire in una catena, la cosa che voglio conoscere, ma la cosa in sé, fuori dalla catena non si conosce perché’ tutte le cose partecipano del mistero divino, essendo Dio ovunque. In tal senso dobbiamo intendere il discorso cusaniano sui limiti della conoscenza umana e il famoso parallelismo del poligono inscritto nella circonferenza. Per quanto io possa moltiplicare ed espandere i lati del poligono, mai il perimetro frastagliato del poligono coinciderà con la curva della circonferenza. Ricordiamo sempre però che limiti conoscitivi a parte, l’uomo dotato di intelletto, potrà intuire Dio come coincidenza degli opposti. 

Niccolò Cusano

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