La dignità dell’uomo

Fondamentale è il concetto di dignità dell’uomo che emerge in Pico della Mirandola. Dio aveva già creato tutte le creature dando a ciascuna una precisa natura. All’ultima di queste creature, l’uomo, Dio non aveva più posti da assegnare e così gli diede la possibilità di occupare qualsiasi posto volesse nell’universo. Gli animali hanno pertanto una natura già determinata, dalla parte opposta ci sono gli angeli che sono creature perfette in quanto puro intelletto, e poi c’è l’uomo a metà tra animali e creature angeliche, libero di collocarsi dove vuole, libero di scegliersi il proprio destino, posizione in cui echeggia  il motto umanistico homo faber fortunae suae, cioè l’uomo artefice del proprio destino, nel senso che l’uomo sceglie autonomamente quale collocazione darsi nel creato: se si vuole abbassare alla dimensione di animale bruto può farlo e analogamente se si vuole elevare a creatura capace di creare egli stesso, naturalmente è libero di farlo. 

[yotuwp type=”videos” id=”VGuPblkhCCw” ]

L’uomo possiede perciò la suprema dignità della libertà che gli consente di scegliere da solo il proprio destino. La posizione di Pico, da questo punto di vista, è diversa rispetto alla concezione di Marsilio Ficino, per il quale l’uomo è al centro del mondo nel senso che è un microcosmo che rispetta il macrocosmo. Pico sostiene che una tale visione soffoca l’uomo che si ritrova circoscritto dalla realtà del macrocosmo che l’uomo riflette nel piccolo; invece per Pico, l’uomo non subisce l’influenza del mondo, ma è artefice del proprio destino e quindi è anche in grado di determinare per conto proprio la sua natura e proiettarsi in quella parte di cosmo che l’uomo sceglie. 

Nella concezione antropologica di Pico al centro risiede la libertà illimitata dell’uomo e non il condizionamento di Marsilio che vedeva l’uomo in posizione privilegiata, sì, ma pur sempre circoscritta dal cosmo in grande. 

Secondo Picco l’uomo non è al centro bloccato dal macrocosmo ma si muove liberamente, è creatore della propria collocazione nel cosmo che non è fissa e dunque Pico sviluppa una concezione della libertà sicuramente più ampia rispetto a quella di Marsilio Ficino.

L’astrologia

Pico è anche autore di un’opera astrologica intitolata Disputationes adversus astrologiam divinatricem cioè Disputazioni contro l’astrologia divinatrice, opera composta da 12 libri. 

Pico è estremamente critico nei confronti dell’astrologia intesa come scienza della divinazione ossia la scienza che consentirebbe di sapere in anticipo il futuro, ed è contrario proprio per ciò che abbiamo finora detto sulla libertà dell’uomo; se gli astri hanno un qualche influsso sulla vita umana, allora emergerebbe l’idea che l’uomo sia condizionato dagli astri stessi, mentre l’uomo è libero.

L’astrologia non ha il fondamento di conoscere il futuro giacché il futuro non è determinato e noi non siamo schiavi delle stelle; quello che è superiore non può mai condizionare ciò che è inferiore. Le stelle non possono condizionare gli uomini, sono gli uomini che condizionano le stelle per meglio conoscere le inclinazioni umane, delineare prospettive future e orientarsi nelle varie situazioni. 

Insomma, il futuro non è scritto nelle stelle ma è scritto nella capacità personale di dominare le stelle e in stretto accordo con la predicazione di Savonarola, Pico accusa l’astrologia divinatrice che pretende soltanto di fare oroscopi, ovvero etimologicamente oroscopo significa visione dall’alto, dai monti; questo tipo di astrologia non è funzionale per Pico che salva solo l’astrologia che potenzia la capacità di orientamento dell’uomo.

Naturalmente con analoghe argomentazioni Pico critica la magia negromantica, la magia nera, cioè quella magia praticata per evocare gli spiriti e invece esalta la magia naturale ossia la capacità, già teorizzata da Marsilio Ficino, di agire sulle cose, conoscendone le simpatie e le antipatie. 

Tutto questo lavoro venne improvvisamente meno quando Pico della Mirandola, all’età di soli 31 anni, nel 1494, morì. Pico morì due anni dopo la morte di Lorenzo. Contrasse una brutta febbre e dopo 11 giorni di malattia, lo sventurato giovane passò a miglior vita, nel giorno in cui le truppe di Carlo VIII entrarono a Firenze. Inutile dire che Pico è stato osannato dai grandi del tempo come Erasmo da Rotterdam, Thomas More, dallo stesso Girolamo Savonarola e da tanti altri dotti che vissero nella sua epoca; la sua morte ha comunque in parte lasciato un enigma irrisolto e tante sono state le congetture secondo cui questo giovane uomo di rara bellezza, grande intelligenza e buona salute, più che ucciso dalla febbre in sé sarebbe stato vittima della febbre provocata da un avvelenamento di cui fu oggetto per ragioni personali o ragioni legate alla sua politica culturale.

Pico della Mirandola