Fasi del pensiero di Bruno e denuncia all’Inquisizione di Venezia

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Gli studiosi convenzionalmente raggruppano la produzione filosofica di Bruno ricorrendo a tre fasi: 

  1. La prima è a carattere neoplatonico, rappresentata idealmente dall’opera De umbris idearum, in italiano, Le ombre delle idee, titolo di per sé piuttosto significativo perché chiaramente le ombre delle idee non possono che essere le cose, ricordando Platone. Pertanto in quest’opera, l’ispirazione platonica è molto evidente, aspetto che porterebbe a pensare che lo scritto bruniano in questione sarebbe una sostanziale prosecuzione del platonismo e del neoplatonismo. 
  2. La seconda fase è quella londinese, all’insegna dei sei grandi dialoghi italiani, interpretati come la “fase copernicana” di Bruno perché fortemente pervasi dalle teorie di Copernico, fondamentali per l’edificazione della filosofia propria di Giordano Bruno e della sua svolta panteistica. 
  3. La terza fase coincide con il periodo di permanenza a Francoforte ed è anche la fase conclusiva del suo pensiero, legata all’atomismo antico e all’epicureismo quindi ad una filosofia materialistica piuttosto estrema.

Nel 1591 Bruno è a Francoforte ed è proprio in questo periodo che scrive i dialoghi latini ed entra in contatto con una persona che si rivelerà deleteria per Bruno stesso. Viene infatti ricevuto da un nobile veneziano di nome Giovanni Mocenigo che era venuto a conoscenza che Bruno fosse esperto di mnemotecnica tanto che lo contattò e insistette perché Bruno si recasse a Venezia. Bruno era infatti dotato di una memoria veramente prodigiosa e nel corso del tempo aveva sviluppato sofisticate tecniche di memoria sulla falsariga dell’insegnamento di Raimondo Lullo. 

Queste tecniche sono indubbiamente legate alla prima fase del pensiero bruniano, cioè quella neoplatonica. Il neoplatonismo sostiene che tutto è Uno è che dall’Uno derivino le cose per emanazione, quindi ne consegue che tutte le entità particolari e differenti sono comunque manifestazioni dell’Uno. Tutto è riconducibile all’unità e ciò influenza anche i rapporti tra le cose poiché derivando esse dall’Uno, all’Uno riconducono e la mente può in definitiva rintracciare tali percorsi di unità. Il mondo è uno e le cose sono solo apparentemente separate e diverse, ma hanno tutte una profonda unità che le lega insieme in maniera indissolubile.

Una volta che si diventa capaci di cogliere questi ritmi e questi percorsi, la memoria può potenziarsi al punto tale che diventa estremamente facile mettere in collegamento cose diverse, appartenenti magari a diversi rami dello scibile e anche distanti nello spazio e nel tempo, da cui un’evidente richiamo contemporaneo a ciò che nella meccanica dei quanti si chiama entanglement quantistico o correlazione quantistica.

Bruno elabora insomma una tecnica per collegare conoscenze inerenti ai vari campi della natura e della storia grazie alla sua formazione neoplatonica degli inizi, ma è anche vero che il discorso dell’unità del tutto è in parte riferibile a un’altra propensione molto forte in Bruno e altamente pericolosa per i tempi, cioè la magia. Come il neoplatonismo sostiene l’unità del tutto, la magia riconosce un rapporto di simpatia fra diverse aree della realtà apparentemente diverse per cui tutte le cose sarebbero partecipi dell’uno in quanto manifestazioni di qualcosa di unitario e potrebbero perciò trasformarsi le une nelle altre. 

Nelle opere di Bruno, infatti, dal punto di vista letterario domina il tema della metamorfosi, le capacità che le cose hanno di trasformarsi da cui la credenza bruniana che il mondo sia costituito da una materia eterna che subisce continue trasformazioni, assumendo sempre nuove forme che danno luogo a nuove manifestazioni. 

Mocenigo, attratto da questa idea, invita Bruno a Venezia perché gli impartisca lezioni di mnemotecnica e Bruno incautamente accetta l’invito. Venezia era ai tempi una repubblica dotata di grande autonomia e per questo motivo Bruno vi si era recato, fortemente convinto che Venezia fosse autonoma rispetto alla chiesa. Secondo Eugenio Garin, Bruno sarebbe andato a Venezia per un altro motivo: Bruno, infatti, non era solo esperto di mnemotecnica ma pare fosse particolarmente dotato anche nel campo della matematica e nutriva grandi speranze di ottenere una cattedra di matematica a Padova, speranze disattese, perché Bruno, vittima del rigore dell’Inquisizione, perse questa opportunità di insegnamento e difatti nell’anno  1592 la cattedra di matematica in questione andò a Galilei. 

Ritornando a Mocenigo, è piuttosto evidente che questi fosse un personaggio volgare e grossolano nella sostanza e deluso dal fatto di non essere in grado di potenziare rapidamente la propria memoria, ma soprattutto deluso perché in cuor suo sperava di imparare formule di magia per fare lui stesso incantesimi, non considerando che Bruno mai aveva praticato la magia nera, e fu così che ad un certo punto, in maniera poco cortese intimò Bruno a insegnargli le cose per cui era pagato. 

Bruno, offeso, rispose a Mocenigo di tornare a Francoforte e mentre stava preparando i bagagli, Mocenigo, vigliaccamente gli tese una trappola e lo fece chiudere a chiave nella sua stanza. Il giorno dopo Bruno venne portato all’inquisizione di Venezia e accusato da Mocenigo stesso di essere un bestemmiatore, un dispregiatore della religione cattolica e di aver avuto comportamenti dissoluti nella casa in cui era ospite.

A Venezia, Bruno, mantiene una linea molto prudente, sostenendo di essere un filosofo e che come tale, “investiga” dimostrando le cose, usando la ragione laddove la fede è un’altra questione che con il metodo di investigazione filosofica non a nulla a che vedere. Bruno aderisce insomma al principio noto come “doppia verità”: ammette cautamente di aver fatto affermazioni sulla base della ragione e di aver forse contrastato la Chiesa nel suo parlare ma di essere comunque pronto ad accettare le Sacre Scritture che sono verità rivelata e quindi completamente “altra” dalla verità della filosofia a cui si arriva con la ragione. 

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