Il consistente apporto della filosofia greca alla civiltà si può concentrare primariamente nel concetto di Logos, concetto che sottolinea l’omogeneità tra la razionalità implicita nella realtà, dunque nelle cose o nella natura se vogliamo e la razionalità che è propria della mente dell’intelletto umano; tra l’oggetto e il soggetto, cioè tra la natura e la mente umana ci sono elementi in comune. Il comune denominatore è la razionalità: quest’ultima è infatti presente nella natura e trova il suo specchio nella razionalità dell’uomo e quindi essendo l’una lo specchio dell’altra, si deduce che l’uomo può conoscere la natura e attraverso la tecnica può domarla. 

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Teoria e pratica nel passaggio da pensiero classico a moderno

Sostanzialmente questo è il grande lascito che la Grecia ci ha trasmesso, senza il quale, la civiltà europea dell’ Occidente e anzi la civiltà mondiale non sarebbero quelle che oggi sono. L’età moderna introduce un problema nuovo, che il Professor Antonio Gargano definisce giustamente, l’altra metà dell’uomo. Nella storia della filosofia l’uomo tradizionalmente è sempre stato diviso tra la conoscenza e l’azione ovvero tra la teoria e la prassi. la Grecia ha offerto un contributo decisivo alla teoria, dato che la parola stessa “teoria” è una voce  di origine greca e rimanda al verbo theaomai che significa guardare.

I Greci hanno capito per primi che la mente è in grado di comprendere la realtà poiché la realtà è logica e razionale, quindi a portata di uomo e in questo senso i Greci hanno dato alla teoria un contributo piuttosto significativo. Per i più importanti pensatori greci infatti l’ideale supremo era di carattere conoscitivo e non a caso il motto di Socrate diceva chiaramente conosci te stesso

Per Platone il fine a cui l’uomo deve tendere è la contemplazione delle idee, e anche qui, risuona il peso della teoria e infine abbiamo Aristotele in cui già troviamo tuttavia una convergenza tra teoria e pratica, ma Aristotele è un filosofo che sotto molti aspetti appartiene più all’età ellenistica che all’età classica e spesso definito un filosofo pre-ellenistico. 

Considerando gli esempi eccelsi dei tre filosofi Greci appena citati, è comunque evidente,  in un modo o nell’altro, che lo scopo della filosofia è conoscere. Con l’età moderna, invece, emerge il problema della pratica. Come denota sempre il professor Gargano tra i Greci e i moderni ci sono però Roma e il Cristianesimo. Il grande patrimonio che la civiltà romana ha lasciato ai posteri è il diritto, in quanto nessun popolo come i Romani è stato in grado di coniugare e coordinare i rapporti di tipo pratico tra gli uomini. Roma ha istituito una possente civiltà del diritto: tutte le azioni umane, tutti i rapporti sono regolati da leggi coerenti, ovvero leggi che hanno un fondamento ragionevole. Questo patrimonio incommensurabile è stato tra l’altro tramandato alla posterità grazie all’intenso lavoro dei giuristi che l’hanno sapientemente raccolto all’interno della nota opera denominata Corpus Iuris Civilis promosso da Giustiniano in età tardoantica. 

Il problema dell’azione viene posto anche dal Cristianesimo in modo diverso  dai giuristi dell’impero chiaramente. Se il virtuoso filosofo greco contempla le idee e opera dalla parte della teoria, il buon cristiano introduce la carità, la charitas, ossia il prodigarsi per il prossimo, dunque agire, compiere opere buone, come dovere etico finalizzato al guadagnarsi la salvezza eterna

Influenza del Cristianesimo

L’influenza del Cristianesimo in termini di importanza che la religione cristiana ha dato alla pratica viene sottolineata da un grandissimo studioso dell’Umanesimo come Eugenio Garin che ha scritto nel suo celebre libro l’Umanesimo italiano che fu la città di Assisi a vincere la lotta tra le varie correnti medievali e a dare impulso all’Umanesimo in Italia.

Garin intende dire che la spiritualità francescana, naturalmente evocata dalla città di Assisi che diede i natali a San Francesco, fu la prima a livellare il distacco netto tra Dio e l’uomo, se solo pensiamo al Cantico delle Creature in cui Francesco rivela che la natura intera è animata dalla presenza di Dio, aspetto che ci rende tutti fratelli, concetto da cui emerge una spinta verso una religiosità non trascendente ma di tipo immanentistico che ci porta ad affermare la natura e non a negarla. La cultura umanistica che costituisce il fondamento del Rinascimento implica una rivendicazione sentita della bellezza, dell’armonia e della natura che è parte dell’uomo.

Ciò vuol dire che l’uomo non deve allontanarsi dalla natura e dalla sua corporeità per realizzarsi, al contrario, l’uomo può realizzarsi al meglio tenendo sempre presente che l’essere umano oltre che mente è anche corpo, cioè materia e anima. Notiamo anche che nel pensiero del Santo di Assisi si riflette altresì il concetto di volontà che è definizione estranea al mondo greco, ma non totalmente estranea al mondo latino perché Seneca introduce il concetto di volontà nella filosofia romana, un concetto che comunque ritroviamo in modo consistente all’interno dell’ Umanesimo civile. Insomma è il problema della pratica a percorre tutta la civiltà moderna.

 

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